Finalmente solo

Correvo per la strada vuota e senza respirare.
Era notte, notte fonda, oscura e appiccicosa.
Le stelle in cielo non brillavano più, niente brillava più, tutto era freddo e oscuro.
Ogni cosa era marcia e corrotta.
Allora correvo e correvo, correvo fino a sentirmi male, il fiato mi si spezzava e l’aria non mi entrava più nei polmoni. Correvo sulla strada vuota e nella notte oscura e fredda, che mi gelava il naso le mani e il viso si contorceva sotto una smorfia di dolore ancestrale.

Ogni uomo porta dentro di sé i segni di un passato oscuro e maledetto, i segni di una storia e i segni di una malattia. Tante parole per niente, tanti silenzi per nulla, tanto dolore da buttare. Alla fine ogni uomo arriva al punto che è la fine. La strada si svuota e cancella le sue tracce. I silenzi, si fanno pesanti e innominabili. Tu, uomo, comprati una nuova macchina e dimenticati dei tuoi peccati, ne dovrai rispondere solo alla fine. Esiste una fine? O è tutto un inizio che si mangia la coda e si contorce sotto le pieghe dei nostri abiti dei nostri animi.

L’uomo rideva, rideva di me forse? No, rideva della vita. Sedeva a terra sporco e infreddolito, vestito di stracci, i denti marci. Ma rideva, aveva capito che era tutto un’enorme barzelletta. Niente aveva senso. Ora si alza barcollando e si butta in mezzo alla strada. Le macchine inchiodano per non investirlo. Urlano insulti. Ma lui ride, non gli importa, se la ride ubriaco e sa che tutto è così. Senza senso.
Lo invidio.
Lo invidio perché io anche so che nulla ha senso e questa consapevolezza mi ha colpito come un mattone e mi fa affondare dolcemente. Silenzio, nell’acqua intorno a me. Solo le bolle d’aria che escono dai miei polmoni, la pressione dell’onda, il silenzio delle tenebre.

Corro finché non ho più fiato, la strada finisce, c’è solo un enorme vuoto, una voragine immensa si apre sotto i miei piedi, infinita e profonda, scura e interminabile. È l’infinito, lo guardo, lui guarda me, e non posso sottrarmi al suo sguardo. È uno sguardo maledetto, uno sguardo che ti entra nell’anima e te l’afferra e non te la lascia più. L’infinito ha uno sguardo con gli artigli, mi ferisce, sanguino, cado.

Cado e l’aria si fa più densa, perché? Forse posso toccarla? No, tutto è vago e trasparente, tutto si fa di nebbia, tutto si corrompe, tutto cade e si fa in pezzi.

Cado e recido le mie corde, che mi tenevano legato, le sego poco a poco, il coltello è freddo nelle mie mani, ne taglio una ad una lentamente, senza fretta.
Cado e spero di scomparire tra le tenebre della mia anima.
Silenzio. Si alza il sipario. Ed eccomi lì, tenue burattino nelle mani del fato. Ingiusto, giusto, caotico, insulso, capriccioso. Ma i fili stringono e il burattino vede il legno segnarsi, poi spezzarsi, il burattino cade e piange.

Cado nel vuoto cosmico, corro, affogo, l’acqua si fa sempre più vischiosa, si tinge di rosso. Sangue, sangue dappertutto, affogo nel ventre di mia madre, tornando indietro indietro indietro… Più indietro non c’è niente, solo il vuoto e il silenzio prima della vita, prima del primo battito del piccolo cuore in formazione.

Ma cos’è la vita? Questo spettacolo? Questa maledizione, la maledizione della consapevolezza. Continuo sulla mia strada, non è servito a nulla, le risposte non le ho, sono andato all’inferno e ne sono riuscito.
L’inferno è la consapevolezza della mancanza di senso, la punizione finale è quindi questa?

No.

La maledizione è quella che sai, quello che vuoi, nulla ha più senso, disse una volta una ragazza dai lunghi capelli neri, in sogno.
È lei, lo so, la morte, coi capelli scuri. Lunghi, fino a terra, un mare di capelli, che mi si infilano nella bocca nel naso e negli occhi. E mi soffocano.

Corro e corro, il fiato si spezza, mi fermo nella notte oscura.
Introno a me solo il rumore della strada in lontananza.
Sono solo finalmente.

Perché mi dici queste parole? E piange guardandomi.
Non lo so nemmeno io perché l’ho chiamata puttana, l’ho umiliata e le ho detto che mi fa schifo, che la odio e non mi piace. Ma l’ho fatto, il mio cuore è nero come le tenebre della notte.
E piange si arrabbia, mi insulta, si dispera e non capisce.
Non può capirlo.
Non può capire perché da un giorno all’altro le ho detto quelle cose, e perché mi sono svegliato e sono diventato un’altra persona, crudele e superba.
Non la riconosce, non è la stessa che amava. Ora la odia, mi odia da morire.
Le piange e mi urla. Io sono impassibile. Raccolgo i suoi insulti con soddisfazione.
Sono riuscito nel mio intento, questo è il prezzo d pagare. Povera piccola creatura, condannata a disperarsi e a non capire. Non può capire perché nessuno capisce mai veramente. Il mio cuore è fatto di tenebra e rifugge la luce, solo vuole riempirsi di quell’oscurità senza fine. Solo vuole rimanere solo.
Ora se ne va, ma prima torna indietro e mi dà un schiaffo. Forte. Tra le lacrime.
Io rimango impassibile. Me lo merito, è giusto così, ma non me ne importa nulla.
Sono riuscito nel mio intento.

Sono finalmente solo.

Ogni uomo nasce con un destino, il mio era quello di rimanere solo. Di allontanarmi da tutti, di ferire chi mi amava e costringerlo ad odiarmi. Nessuno poteva amarmi, nessuno.
Il nostro destino è scritto nella nostra anima, nella mia c’era la solitudine, la fuga e infine la morte. Scritto a chiare lettere, a caratteri cubitali, solitudine. La mia vera pace. Così mi distacco e recido i fili con tutti coloro a cui tengo veramente. Lei l’amavo, e non la potrò mai dimenticare, ma di me perderà il ricordo, che si disperderà come polvere nel vento, perché solo così potrò finalmente smettere di esistere. Finalmente essere libero. Rimanere solo.

Torno a casa, il gatto giallo mi aspetta sulla porta. Miagola quando mi vede, si avvicina per farsi accarezzare. Sono tornato solo per dargli da mangiare. Povera piccola creatura, bellissima, nella sua purezza.
Miagola e cerca i croccantini, gli riempio la ciotola. Poi mi siedo accanto a lui e lo osservò divorare avidamente il cibo, aveva parecchia fame. Poi finisce e viene da me per farsi coccolare un po’, rotola su un fianco, si fa grattare. Ma poi si alza e se ne va e torna alla sua vita.
Sono solo tornato a dare da mangiare al gatto, ora mi alzo anche io e lentamente lascio tutte le mie cose. Scrivo un biglietto di addio. Esco, chiudo la porta e non mi volto più.
Le tenebre mi ingoiano.
Sono finalmente solo.

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Chiedimi

Chiedimi,
Domandami,
E ti spiegherò.
Ti racconterò che sono stanco.
Molto stanco.
Che non sono libero. Che non lo sono mai stato.

Avvicinati,
Parlami,
E ti racconterò la mia storia.
La storia di un uomo che decise di diventare invisibile.
Solo un’ombra nell’oscurità.
Solo un’ombra tra le ombre. Che si muove lenta. Che si trascina, alle volte.
Preguntami, amico.
E ti racconterò la storia di una città, Lisbona.
Ti annoierò e ti stuferò.
Ti parlerò della bellezza e della felicità.
Ti parlerò di libertà, di amicizie vere, di esperienze che lasciano un segno.

Non avvicinarti, ti prego.
Sono stanco e stufo di sentire il suono della tua voce.
Di sentirti decantare le lodi di un passato che c’è stato e ora non c’è più.
Sono stufo di sentire la tua storia in quella città.
Di sentire del tuo amore, a cui non puoi nemmeno pensare.
Perché ti fa troppo male accettare. Puoi solo anestetizzare.
E anestetizzi fino a dimenticarti chi sei.

Sono stanco e stufo di sentire parlare e parlare e nessuno qui capire.
In molti sanno che non sanno. Che non sanno chi sono e dove vanno.
Quale strada si perde e poi si ritrova?
Quella strada che ci scegliamo?
Dio, sento un male al petto che mi scava dentro, fino al midollo. Fino al cuore.

Lo sento che non puoi più respirare.
Puoi solo pazientare.
Pazientare, e in silenzio rimpicciolirti fino a scomparire.

Chi sei?
La notte mi visita un uomo incappucciato ma io non so chi sia.
La notte viene un uomo incappucciato, viene alla mia casa.
Bussa forte ma io non gli apro, perché so che è la morte.

Ti sbagli uomo, la morte ha il volto di un ragazza. Una dolce ragazza che ti accarezza i capelli, e ti sussurra Vieni con me.
E tu vai con lei. Nessuno sa resisterle.
Dice l’uomo incappucciato.

Allora gli apro e lui si fa avanti nella luce.
Sotto il cappuccio intravedo il mio volto.
Ma non posso vederlo, posso solo sentirlo.
Perché non so quale sia il vero volto di me stesso.

Non mi sento morire, mi sento solo dolcemente soffocare.
Non mi sento arrabbiato né disperato.
Mi sento esausto.
Chi si può fare felice a questo mondo?
Io, gli altri?

Io, solo, nella corsa verso l’infinito.
Ma l’infinito mi acceca.
Allora cerco la tua mano, cerco il tuo sguardo, il tuo profumo.
Cerco tutto di te, ma non lo trovo.
Perché fa troppo male ricordare.
E l’infinito mi soffoca
Mi soffoca con un cuscino.

Mentre dormo.
Silenzioso.
Dio, so che mi osservi, e dimmi, le mie azioni sono forse giuste?
Sono tuo figlio?
Giudicami, e rendimi libero.
Per sempre.

E non trovo niente di te, perché sei lontana mille miglia e mille anni.
E si può solo fingere che non faccia male perché in realtà fa malissimo, e lo fa ogni giorno e ogni minuto e ogni secondo e fa male da morire.
E male fino alla fine.

Nel silenzio controllato di quei respiri.
Rifletto.
E divento trasparente. Poco a poco. Fino a scomparire.

Fino a scomparire per sempre.

Senhor Cuesta

La macchina si chiamava Senhor Cuesta, perché le cuesta mucho. E le costava davvero tanto, scassa e rimbalzando sulla strada a tempo di musica. Con la musica che esce leggera dalla capote aperta e il sole che ti bagna il viso. Dolcemente. Che bella che sei.
Vorrei proteggerti da ogni male, vorrei darti una carezza leggera. Ma siedo silenzioso, e ti guardo e sorrido. Ti volti e mi chiedi, Che? Niente. Sorrido. Che bella che sei.

Il sorriso della ragazza della porta accanto. Tutti sono innamorati di lei.

Ed ecco tutto si capovolge di nuovo, esistenza inutile e senza sbalzi. La noia ci allatta e ci coccola. Ogni giorno.

La piccola armonica, metafora della vita, è piccola, ma la sfida è tirarne fuori tutti i suoni possibili. Tutti suoni bellissimi, che si accordino con le vibrazioni dell’anima. Tirarne fuori la musica più bella possibile.

“Non, così, metti le labbra così,”

Che bella che sei, un bacio, un bacio strappato al tempo, un bacio rubato, siamo tutti qua, vedi, siamo tutti qua.

Mi manchi piccola.

La macchina scassa, come guidi spaventata e concentrata, vorrei darti sicurezza, e la musica, che bella, musica della vecchia jamaica. Musica che risuona di ricordi belli e strazianti.

Quanto sei lontana, sei lontana anni, cerchi altro, cerchi altro.

Energia, energia, forza, dove la mettiamo tutta questa energia? Dobbiamo trovare un modo di buttarla fuori, che ne pensi?  Penso che la società fa schifo, penso che ho paura delle persone, penso che vorrei vivere tra le bestie selvagge.

L’incomprensione, la cecità oltre ogni limite. Mani e piedi legati, per sempre. Nasciamo e moriamo, nasciamo e moriamo legati.

L’armonica suona, così è la mia vita, mi dici, e improvvisi una suonata rapida e acuta, veloce, senza tregua, senza tempo di intristirsi, che bella che sei.
Invece la mia di vita è così, e suono un pezzo malinconico, che cambia, rapido, e diventa basso e poi alto, ma non troppo rapido. Il giusto.

Un bacio, un bacio rubato.
Il fuoco scoppietta, il fuoco brucia.

Vorrei baciarti e accarezzarti, ma non vuoi, te ne vai, poi mi guardi e poi torni. Ma scappi.

Nasciamo e moriamo, soli, senza possibilità di cambiare le carte. Le carte in tavole, fisse, per sempre.

Vorrei accarezzarti dolcemente, e dormire silenziosi.

Vorrei sapere qual’è a mia strada. Lasciare a casa le cose inutili e prendere la strada. La strada polverosa, che fa paura, che esalta.

La strada è la vita.

La strada al buio, tra gli alberi, la strada che si perde tra le case.

E sorrideva sempre. La ragazza sorrideva sempre. E la storia è semplice, è scontata. Non c’è nulla di misterioso, la storia è facile da capire.

Ma mi manchi da morire,

E la macchina decapottabile, sì, decapottabile. E fila come un missile sulla strada, le urla si sentono forte, la vita scorre forte in noi.

La ragazza della porta accanto ha un sorriso meraviglioso, che risplende e accarezza la stanza della sua luce. Come si fa a non amarla?

Rotolando tra le nebbie dell’incoscienza

La notte era buia e oscura.
Rifletteva come un sogno mal sognato o un pensiero mai pensato.
Respirava, di fatto.
E come si sentiva?
Spento, come non era mai stato,
la notte allungava i suoi tentacoli,
ma le storie erano ferme,
non c’è rimasto più nulla da scrivere,
racconti di ricordi vecchi e usati e riciclati troppe volte.
Dov’è la vita? Cos’è la vita?
Quel dolce sapere,

Barbi,
Sbarbatina.

Si aggirava per la città con gli occhi del potere e gli sguardi del malessere.
Carichi di droga, carichi di esperienze allucinate e coscienze alterate, coscienze che si rivoltano e bottìrbattano gorgoglianti in un mare sperduto e dimentico di tutto e tutti.

I pirati del sonno. Navigano il mare dell’incoscienza, solcano le profondità dell’inconscio. Si annidano dietro ad un desiderio sessuale e ti puntano il coltello alla gola.

Dannati pirati del sonno, con le loro risate gorgheggianti e stravolte dall’alcool, i loro occhi portati via dal mare. Il mare vuole sempre un pegno, un ricordino. Il mare non si dimentica mai di te, e tu lui te lo porti dentro per sempre. È un amore eterno. Ridacchiando dicevo e sputacchiando, il pirata ti punta il coltello.

Barbi Sbarbatina già scompare, dannazione, proprio ora che il sogno prendeva una così bella piega. Arrivano ‘sti cazzo di pirati.

C’è poco da scherzare.
Qui si fanno le cose per bene.
Qui si fanno le cose serie.

Ed ecco la porta si apre, la luce inonda la stanza, la scalda e la divora.
Di luce.
La divora di luce e la mastica e mi rigurgita in grembo il ricordo strapazzato di un estate al mare.
Di un estate sorridendo e cazzeggiando e piangendo.
Della sabbia calda.
Gli sguardi tristi,
le lettere, ogni cosa impazzisce.

La vita è folle, chi cerca di dargli un ordine lo è anche di più, lasciatela fluire santo dio!
E lo urlo forte, cosicchè tutti possano sentirmi.
Le risate che rimbombano, che vibrano.
Ma cos’è rimasto di tutto ciò ora?

Il ragazzo si guarda allo specchio e non si riconosce, la ragazza piange.
Ragazzo e ragazza che parole forti.
Lui si guarda allo specchio e non si riconosce, lei piange, in silenzio. Piange.
E lo guarda con gli occhi tristi.
Ma chi sei, cosa sei, i ricordi, tutto ciò esiste?

Non sei autorizzato a saperlo.
Non sei autorizzato dici? Quante personalità fanno a pugni l’una con l’altra.

Fare a pugni, maledetto personaggio, farsa e giullare della burla della vita.
Di chi la rivolta come un calzino senza mai realmente comprendere cosa sta facendo.
Prendendosene gioco senza vergogna, per nascondere quel terrore estremo.
Il terrore di rimanere solo e di morire.
E navigando nella palude ed elevandosi a rango di capitano della nave che affonda e brucia e ridere forte forte mentre i pezzi vanno giù e vanno giù.

Ma lui non voleva essere così, lui voleva ridere forte mentre la corrente lo trascinava leggero e lo accarezzava, non si voleva burlare della vita per paura della morte.
Lui voleva amarla, la vita.
Voleva abbracciarla forte, dopo tanto tempo.
Voleva correrle incontro. Voleva sentire il suono delle parole. Le parole che ti tuffano nel cuore e le senti tutte solo tue, solo tue.

La storia non è finita, si risolve, si ritrova e si divora la coda.
Silenzio dolce. Affetto lontano.

E il tempo vola via con il vento, accarezzandoti leggero ma mai fermandosi. Perché fermarsi? Si ferma ciò che non vive, tutto il resto scorre muta e si trasforma.

Dammi un ultimo bacio, piccola mia, lasciami andare.
Il sole brucia ma la notte scalda il cuore, una volta mi disse un mio amico, e io ho voglia di acque calme dove lasciarmi affondare dolcemente.

Lasciando vagare lo sguardo, cieco, e sentire il profumo di casa.
Ma aprire una porta, lasciare un bacio sulla soglia e essere di nuovi soli,
a pugni con il mondo, che ti prende a schiaffi ma ti fa ridere forte e saltare fino al cielo.
Ma lasciare baci, volti che non vedrai più, che non esistono e scompaiono.
E parole che poi si perderanno e anime che non ritroverai più.

Fa paura tutto ciò.
Ma tutto questo c’è stato perché lascia una traccia, la porto qui con me.

La porti lì con te, ogni giorno e tutti i giorni. E dai silenzi nascono grandi amori e dagli addii nascono incontri più forti e più belli.

Sorrisi eterni, che non si spengono mai.

Forse i silenzi si rispecchiano nel dolore

Sono storie che iniziano dall’inizio. Con me seduto a terra, la schiena poggiata al letto. Il culo sulla moquetta con gli alberelli del cazzo. I piedi sulla stufetta elettrica, a combattere il freddo che si insinua dalla finestra.

A ricordare, a essere incapace di disegnare la storia che voglio raccontare.
La mano che cade, la testa che si appoggia sul petto.

Una storia che finisce con un abbraccio leggermente più forte, da cui mi scrollo delicatamente.
Da sguardi che evito.
In un torpore che non vede e non sente, per non soffrire altre ferite profonde. Altre lacrime che scavano un solco nel cuore. Basta lacrime, basta addii.

Quel giorno,
Mi prese per mano e mi riportò in vita.
In silenzio, delicatamente.
Con parole leggere, che posero forti radici laddove era stato tutto sradicato.

Una storia fatta di una notte che durerà per sempre.
Di abbracci e di parole.
Di film trash alla televisione.
Di parole, tante.
Fatta di un calore e un sapore che vorrei potessero essere qui ed ora, sempre. Di carezze. Di abbracci, di me che mi faccio piccolo piccolo anche se non lo sono più. Ma mi piace farlo. Di sentire il suo corpo appoggiato al mio. Di giocare. Di parlare tanto.
Di parole segrete e intime che da tanto tempo volevano uscire dalla mia bocca e arrivare a quelle orecchie.
Di mani piccole, che però sanno stringere abbracci immensi.

Di sentirla piccola accanto a me. Vicino a me.
Di immaginare che la notte sia infinita, che il tempo non esista che tutto sia una fottuta illusione.

Probabilmente sono molto suscettibile all’ipnosi. Perché vivo nella magia della mia fantasia. Ma che sarebbe la vita senza magia?

Una porta che puoi aprire quando vuoi, e tornare là, a quel momento, a quel silenzio. A quell’abbraccio senza fine.
Così forte e così pieno e vuoto di dolore.
A quando c’è solo il ritorno e non c’è già la ripartenza.
A quando ci siamo solo noi due e il resto non esiste più.

A quando ogni cosa scompare sopraffatta dalla soggettività.

Prospettive, è tutta una questione di prospettiva… potrebbe essere la cosa più importante nell’universo, per quanto ne sappiamo, o la più futile.
Ma le possibilità esistono entrambe allo stesso tempo.
Scegli quella che ti piace di più.

Rivedo la storia, dall’inizio e alla fine.
Sogno che la fine non sia questa, un lieto fine lontano, in tempi magici, bellissimi… ma nel momento in cui ho bisogno di raccontarla, sento che la storia è finita, il cerchio si è fechado, chiuso.
Senza soluzione di continuità, i ricordi si divorano la coda, lasciando le vite e la realtà al di fuori di esso.

Ricordo la piazza, e il motivo.
Ricordo l’imbarazzo e il vecchio telefono addirittura.
Ricordo la piazza ma non ricordo le parole. Ma ricordo la forza, i miei occhi che si aprirono di nuovo, quella volta mi salvò. Dall’annegamento in me stesso.

E non smisi più di esserle riconoscente. Alla mia maniera

Da ogni persona che ho amato o ricevuto qualcosa di unico e incredibile.
Di ogni persona sento nostalgia di questo qualcosa, qualcosa di insostituibile. Che solo lei nella sua unicità possedeva.
Ed è bellissimo non dimenticare.
E può essere un profumo, che quando lo risenti ti volti di scatto in preda ai ricordi.
O può essere un sorriso.
O una carezza.
O un emozione.

O delle lacrime.

Una storia che non riesco a raccontare.
Perché si raccontano le storie di cui si conosce già la fine.
E la fine non la voglio ancora conoscere.
È una storia che le racchiude tutte le altre, in un certo modo.

Ma è una storia che non posso raccontare, perché per quanto lo vedi, per quanto lo sai, non puoi che sperare che un giorno il sole scenderà lentamente tra le valli.
Le ombre si allungheranno sul prato e il vento soffierà dolcemente tra i suoi capelli.
E tu sarai lì ad ammirare lo spettacolo.
A respirare forte e sentire che il cielo si riversa dentro di te.

E, giustamente,

non smetterai ora di farlo.

Considerazioni sulla realtà delle cose.

Ho fatto un sogno:

Percepivo la realtà in maniera completamente differente, ogni cosa era diversa. Ma sapevo benissimo di cosa si trattava.

Come se l’intero mondo che conosciamo a menadito, la realtà in cui ci troviamo tutti i giorni non sia altro che una delle possibili e infinite possibilità di percepirla. È difficile da spiegare. Come spiegare la musica, il colore o il sapore. Una cosa straordinaria. Come se non vedessi più con gli occhi. Non percepivo gli oggetti, le persone normalmente. Le sentivo. Nella rappresentazione di tutti i giorni. In un modo completamente nuovo, ma dentro sentivo cos’era. Sapevo cosa sentivo. Come sai che quella che vedi di fronte a te è una persona e non un altra.

Come se tutta la realtà che vediamo non sia altro che una convenzione. Ed esistano miriade infinite di altre realtà, proprio intorno a noi. Noi stessi siamo infinite realtà. Possiamo percepirci in miriade di maniere differenti.

La realtà… tutto ciò che ci circonda. Noi lo analizziamo con degli schemi, delle convenzioni, come la matematica, il linguaggio, le forme geometriche. Tutto ciò ci aiuta a comprendere ciò che ci circonda, ci aiuta a dargli un ordine. Così che poi possiamo utilizzarlo, sviluppandoci, avanzando, creando.

Ma abbiamo dimenticato che le convenzioni non sono la realtà, sono lo schema. La realtà è sfuggevole, sfaccettata. Non ha regole, è un fiume in corsa, mutevole. Non è statica. Non è ordinata. Non è geometrica.

È tutto e niente.

E noi stessi siamo così. Non siamo tanti quadrati definiti e costruiti da piccoli mattoncini. Siamo energia che muta. In movimento. Cangiante. Che mai si ferma.

È questo l’errore. Cercare di inscatolare anche noi stessi.

Credo che l’unica maniera per comprendere noi stessi e anche la realtà è aprire questi quadrati che ci infiliamo addosso. Lasciare scorrere il flusso liberamente. Fargli toccare tutto.

Credo che anche la nostra limitazione più grande sia il linguaggio. Il solo fatto che la maggior parte della nostra vita pensiamo con le parole ci limita. Ci limita a vivere secondo un solo schema e una sola convenzione. Ogni lingua è limitata. Ha le sue peculiarità, i suoi vantaggi e i suoi limiti. Non riuscirà mai ad abbracciare l’intera gamma della realtà, delle emozioni, della vita. Perché la lingua stessa è una convenzione.

Probabilmente conoscere più lingue aumenta la nostra capacità di vedere sfaccettature della realtà. Ma non potrà mai comprenderla tutta. Forse per questo motivo continuiamo a sentirci insoddisfatti a ricercare teorie e filosofie per comprendere quello che… non si può comprendere con la ragione.