5. O Fim Da Estrada

C’era un silenzio tombale, più mi addentravo nella foresta, più l’oscurità si faceva fitta.
Il reduce avanzava di fronte a me, lacero, i capelli sudati attaccati in testa. A volte si fermava di colpo, mi zittiva con la mano e si voltava, gli occhi spalancati come un folle ad osservare i suoi fantasmi leggeri nell’aria.
Avevo perso la strada da parecchio tempo, la luce che mi illuminava non esisteva più.
Leo mi aveva abbandonato senza motivo, un giorno mi ero svegliato e lui non c’era più. Né lui né il taccuino vuoto.
La domanda che mi assillava era sempre la stessa, ma purtroppo l’avevo persa.
L’oscurità era sempre più fitta. C’è nessuno ? chiesi.
Nessuno rispose.
Era una sensazione invadente, che mi saliva fin dentro al naso e alle orecchie. Era paura.
Sapevo che saremmo finiti nel Deserto dei Silenzi. L’unica cosa che mi consolava era che avrei rivisto Luz. Alla fine, alla fine della strada. Questa strada che ci aveva incatenato e concatenato.
Compagni mi avevano accompagnato e altri mi avevano abbandonato, ma era stata una strada intensa.
Ora mi ritrovavo a chiedermi? Tutto ciò è esistito realmente? Io sono stato quella persona?
Allora la mia mano sale all’orecchio e al buco ornato da un piccolo orecchino, a ricordarmi sempre chi ero e chi sono stato. Per non dimenticare che ho avuto coraggio di lanciarmi nel vuoto e ciò che ne ho guadagnato è stata l’esperienza più bella della mia vita.

Leo non esiste più, è scomparso il giorno che ho messo il piede dentro casa. È volato via con i suoi silenzi e emozioni intense.
Ciò che mi rimane è solo il Reduce. Il ricordo passivo di esperienze passate, gli sguardi che a volte si soffermano e gli occhi pieni di lacrime.
Mi rimangono solo i grandi dubbi e le grandi paure, che mi aspettavano al varco, ansiose del mio ritorno. Hanno timbrato il cartellino e via, si torna all’opera!
Quando il sole cala lentamente e dipinge il cielo di rosso socchiudo leggermente gli occhi e mi ritrovo a temere l’arrivo della notte. Lentamente, ritorna l’inquietudine, striscia e avanza, il ricordo di cose perdute. Più mi ci soffermo più sento un nodo alla gola, soffocarmi.
La notte fa paura. Sento un peso stringermi il petto.
Mi va di piangere, alle volte, buttare fuori quel nodo. Ma poi non rimane altro da fare che respirare, respirare lentamente e adattarsi, accettare quel dolore.
Quella nostalgia al contrario!

Mi hanno dato un copione da firmare, lo hanno dato a tutti. Vorremmo stracciarlo, lo avremmo già fatto. Questo copione non ci piace lo odiamo, lo odiamo da morire.
Perché allora non lo facciamo? Perché continuiamo a seguirlo assiduamente, illudendoci di averlo cambiato ( perché anche quello fa parte del copione!), senza mai decidere di prendere quella strada? Quella che fa paura? Quella che non conosciamo, che non abbiamo mai percorso?

Camminavo lento su quella spiaggia, sulla sabbia soffice, Allora questa è la mia casa? Mi chiedo.
Mi volto e vedo un cielo infuocato tingere di rosso la raffineria. Mi soffermo sull’aria quieta.
Ma più mi sforzo più è inaccettabile. Inaccettabile di aver perduto tutto quello, di aver lasciato che me lo portassero via.
Cosa avrei potuto fare?
Sprecare più lacrime?
Niente.
Assistere silenziosi e pazienti che il tempo faccia il suo lavoro, smussi gli angli spigolosi, spazzi via ogni cosa e ritornare qui.

Ritornare qui.
Qui dove tutto è iniziato. La strada è un cerchio che si chiude.
La casa è il peggior luogo dove il cerchio possa chiudersi, è l’ultimo luogo dove avrei voluto trovarmi.
Qui ogni cosa è priva di senso, tutto si muove secondo un ritmo già suonato, la prevedibilità della noia, la gabbia e la prigione della moralità.
Fino a pochi giorni fa ero differente?
La mano corre all’orecchino.
Sì. Faccio un sospiro di sollievo. Prego Dio che non mi lasci dimenticare tutto quello che ho imparato. Dio si mette a ridere e dice “ Come puoi smettere di avere questa saudade altrimenti? ”
Non è saudade, Dio, quella è una cosa positiva. Questa è mancanza, questo è dolore del distacco. Il mio cuore sanguina e sanguina, lascialo cicatrizzarsi. E poi possiamo parlare di saudade.

Questa notte mi sono svegliato e vi ho sognato, ho preso un bel respiro, ho bevuto un po’ d’acqua. Poi però ho dovuto mettere a testa in giù il tuo regalo, la foto. Non potevo vederla, non volevo vederla.
E poi di nuovo disteso a respirare, respirare, fino a rilassarsi e dormire. Una volta per tutte.

Dormire per sempre.

Quel regalo, quella foto, che ogni santa volta lo osservo mi si apre una fitta nel cuore, hai regalato una foto a tutti noi, prima di partire. E qui noi due siamo bellissimi, di fronte alla torre di belem, che ti prendo a cavalcioni. Siamo felici, quello era un giorno felice. E sotto si legge una scritta: “obrigada!”.
Quella semplice parola avrebbe preso un significato completamente diverso se non avessimo passato quei momenti insiemi abbracciati. Quella semplice parola che mi ha fatto morire di felicità.
Quando mi hai detto obrigada per l’anno insieme, per esserci stato nel momento giusto, per avere condiviso tante cose insieme. Per me quella è diventata la parola più bella del mondo.
E vederla poi scritta lì, proprio lì. Vorrei piangere tantissime lacrime ogni volta che il mio sguardo cade su di essa.
A volte mi sento un piccola formica, un granello di polvere nell’immensità. E mai come ora mi sento un granello che vaga nell’aria. Un granello pieno di ricordi. Un granello che si strugge e piange. Ma si ritrova nudo e spiazzato per affrontare questa realtà.

C’è nessuno? E nessuno mi rispose.
Sento qualcuno toccarmi la spalla, nell’oscurità. E una voce.
Benvenuto nel Deserto dei Silenzi, sussurra.
Una voce calda, e gentile, una voce che riconoscerei tra mille.
Alla fine sono arrivato anche io, Luz.

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4. Il Deserto dei silenzi

Un sogno, di nuovo.
Luz, Luz,
la stavano chiamando.

Non era la prima volta che tornava al giardino di limoni, a quei giorni così pieni di nostalgia. Ma cosa ci faceva ora là? Così persa e sola, lontano da casa? Sapori antichi di ricordi passati aleggiano nella sua bocca.

Quel giorno sentivo un gran peso sulla coscienza.                                                                   Lasciammo la casa a passi misurati, Leo sapeva di voler discutere su qualcosa. Ma non si ricordava più. Io sentivo quella sensazione fastidiosa come di qualcosa che non andava, mi pesava, mi faceva stare male. Una sensazione negativa.
Che diavolo mi succede?
Dalla cresta si poteva vedere l’azzurro del cielo salire verso l’infinito e le granitiche rocce ergersi maestose, a ricordarci che siamo solo un piccolo tassello di una storia senza fine. Dalla mia piccolezza infinita, mi voltai verso Leo, i dread scuri intrecciati e legati in alto, e gli domandai il senso della vita.

Luz, dove siamo?
Non lo so Corinna, non lo so.
Chi ci ha portato qua?
Credo il vento, e i silenzi misurati, che abbiamo seguito senza motivo.
Luz, che dici?
Lo vedi questo deserto infinito Corinna? Questa distesa di inferno e di silenzio? Come ci sono finita? Viaggiavo al sicuro sulla mia auto scassa, sobbalzando a ritmo di ska. Senza pensieri, felice, sola. Viaggiavo tra prati verdi, e fiumi azzurri.
E hai seguito il fiume?
Sì, fino al mare.
Ah, il mare, quanto mi fa paura il mare, lo sai che non so nuotare?
Non è grave, abiti in un isola.
Fai del sarcasmo per caso?
No, ma ti pare?
Ah ecco. Comunque è colpa del mare, io lo so, lo conosco bene. È lui che ti ha trascinato quaggiù. Con le sue onde caotiche, la sua furia e la sua rabbia, il mare ti mangia l’anima, ti trascina nel pozzo profondo dell’angoscia. Il mare ti uccide a poco a poco, rosicchia le tue difese, ti insalsedina le narici e ammutolisce il cervello…
Corinna, adesso sei tu che vaneggi.
No, Luz fidati di me, io l’ho visto con i miei occhi.
Corinna non mescolare la tua storia con la mia, io viaggiavo nell’entroterra e ho viaggiato sola e felice, calma, assaporando il sole che mi scaldava il volto. Ma poi un giorno tutto è cambiato, è mi sono ritrovata qua. E lo vedi che succede qua? Il tempo scorre tra le mani e non riesci fermarlo, tutto sembra così inutile e privo di senso, sei vuota, ti senti in un inferno bianco e di nulla, e poco a poco la natura è cambiata. Gli alberi si sono fatti più radi, l’erba gialla e rinsecchita, fino a diventare polvere. Sabbia, e alla fine solo questo. Sabbia. Un spiaggia infinita, senza che ci sia permesso vedere il mare…
Grazie al cielo! Porterebbe solo disgrazia, angoscia, rabbia, dolore…
E forse è meglio di non provare più nulla, come adesso. Meglio sentirsi bruciare dentro che sentire spegnere a poco a poco quel fuoco, non credi? Meglio quello furia cieca e distruttiva, dell’onda che si infrange sulla spiaggia di… Questo.
Non lo so, Luz, ho paura, tanta paura.
Già Corinna, anche io.

Di nuovo quel sogno e ancora e ancora. Seduta di spalle, i lunghi capelli che le scendevano fino in terra, era un mare di capelli, che mi afferravano le caviglie e mi stringevano sempre più. Poco a poco mi trascinavano giù. E mi dibattevo, ma i capelli erano sempre di più e mi coprivano tutto, mi soffocavano e non mi lasciavano. Poi mi svegliavo e quando tornavo a dormire tu eri ancora là e solo allora iniziavi a parlare con il tuo solito tono forte e sembrava che stessi parlando tantissimo, ma io non capivo niente era una lingua sconosciuta. Quindi mi ricordavo di quella cosa e correvo dietro a una persona, un amico, per fermarlo. Gli dico – Ehi aspetta… Si volta. Rimango fermo, inebetito. Quel volto… Ero io. Stavo parlando con me stesso, in piedi di fronte a me. E sprofondavo tra le nebbie della mie inquietudine.
Leo mi osservava avvolto nel suo sacco a pelo, e nella tenda. La luce della brace ancora pulsante illuminava la mia figura di spalle, seduta ad osservare il cielo. Sedevo di fronte i resti del fuoco, la coperta sulle spalle. Leo mi osservava e capiva. Quando mi voltai, vidi nei suoi occhi brillare il riflesso delle braci. E erano attenti, silenziosi, calmi.L’aria della notte era fredda, e le stelle sembravano essere cadute dalla saliera di un Dio grandissimo, e sbadato, che le aveva lasciate volare ogni dove, fino a ricoprire la volta celeste tutta, che altro non è che il pavimento della sua cucina. E ancora sta aspettando che passi la donna delle pulizie, questo Dio grandissimo, ma pigro. Che osserva con felice passività le sue meravigliose creazioni nate dal caso.
Leo ti è mai capitato di avere una sensazione?
Una sensazione come?
Una sensazione negativa, come presagio di sventura, o qualcosa che sta già avvenendo, come un peso, e che ti stanca anche un po’. E ti fa sentire triste, e preoccupato, senza motivo.
A dire la verità, mai.
Riflettei sul perché i matti capitano tutti a me.
La notte splendeva immensa, e un vento spazzava il terreno spoglio, scuoteva le ombre degli arbusti bassi. Il cielo sembrava infinito. Quella sensazione continuava, e mentre mi chiedevo perché capitassero tutti a me i tipi strambi, mi riaddormentai, avvolto nelle coperte di fronte al fuco morente.

Sognai Luz, e il reduce, una mia vecchia conoscenza.
Il Reduce, lo abbiamo incontrato un pomeriggio mentre camminavamo sulla strada buia. In un bar fumoso, tutti ridevano e guardavano la partita anche se la loro squadra stava perdendo. Il reduce, un ventiquattrenne, con un vecchio berretto della marina calato in testa, da cui spuntavano i riccioli biondi, barba incolta a coprirgli il viso . E quegli occhi. Azzurri, bellissimi. Ma che facevano paura. Infossati, a osservare il terrore di fronte a sé. Erano rimaste impresse come su di una pellicola fotografica le immagine di morte e terrore. Nelle sue orecchie ancora rimbombava l’eco degli spari, delle bombe, le grida dei suoi amici. E improvvisamente saltava sulla sedia, spaventato. Dai fantasmi nella sua testa.
Luz lo conosceva da tempo, e la prima volta che lo aveva visto era rimasta colpita dalla sua bellezza. Ma era una bellezza triste. E lo aveva capito subito dopo, osservando la camicia verde sudicia che ancora portava le chiazze di sangue, gli strappi e i segni della guerra. E quello sguardo. Quello sguardo pieno di terrore. Era un matto coi fiocchi, di quelli che piacciono tanto a me.

Mi svegliai con la consapevolezza che non avremo più rivisto Luzia. E fu chiaro il motivo di quel peso sulla coscienza, quell’apprensione per oscuri eventi futuri. Era andata per sempre.

Luzia, o Luz per gli amici, parlava con Corinna. Corinna era una ragazzetta minuta con i lunghi capelli ricci, e un viso tondo spruzzato di lentiggini. Aveva un terrore assurdo di quell’Oceano da cui era stata sputata. Di quel rombo forte e profondo. Invece Luz era figlia di un mare piccolo, caloroso e accogliente. Un mare che era come una culla dolce e morbida. Niente a che vedere con quell’immensità ruggente, che ringhia e morde e ti lascia profonde cicatrici. Corinna le aveva mostrato la schiena nuda, il solco profondo che le aveva regalato, una cicatrice grande, che le attraversava la schiena da parte a parte. Non se lo sarebbe scordato facilmente il suo Oceano.
I mostri… I mostri più terribili sono partoriti dalla nostra anima.
Cosa Luz? Non ho capito.
Niente, riflettevo… Non… Non riesco a liberarmi da questa inquietudine. La vita è… Un enorme pantano. Tutto muta e si trasforma, senza sosta. Cambia, cambia e continua a cambiare. Quale sicurezza, certezza, abbiamo? In questo mondo che ci dimentica chi siamo e da dove veniamo, siamo ridotti a punti persi e silenzi interrotti.
Luz… Ho paura. Sento il rombo dell’Oceano.
Tranquilla, Corinna, siamo tanto lontani dal mare.
Ho tanta paura.
Non devi. Stringiti forte a me.

3. Profumo di limoni

E lei sedeva su quella stupida sedia e in silenzio mi osservava corrucciata.
I capelli scuri buttati all’indietro.

Qual’è il senso di tutto ciò? Chiedevo stancamente.
E lei mi guardava perentoria. Con quello sguardo che solo lei sapeva darmi. Di arresa, ma un arresa perentoria. Come un arresa che voleva come trasmettermi. Perché dovevo arrendermi anche io. Perché era la soluzione migliore. Aveva pensato, riflettuto e ponderato. La soluzione migliore era l’arresa.
Il senso è quello che sai, è quello che sei. La vita non ha senso, fa male e basta. Ognuno guarda a suoi interessi e a nient’altro, facci l’abitudine. Disse.
Poi scoppiava a piangere.
Cosa dovrei dirti? Cosa dovrei fare?, mi domandava disperata, facendo crollare il muro delle sue sicurezze.
Lo capisco io e lo capisci tu che tutto ciò è insensato e ingiusto, dissi.
Scuotevo la testa, e dicevo Perché piangi? Io vorrei piangere, quante volte avrei voluto correre da te e tu non c’eri.
Lei sedeva su quella stupida sedia di spalle, i capelli neri che le scendevano sulla schiena.
Ma io non posso! Capisci? Le cose stanno così e basta. Non sei abbastanza e non vali niente in fondo è questa la verità. E gli occhi le si fecero duri, anche se rigati di lacrime. La vita è così, nulla cambia, facci l’abitudine.
Il paesaggio muta e diventa una stanza calda, un divano semplice e un tavolo da ping pong con dei piatti sopra.
Io mi arrabbio e getto in terra un piatto, che si frantuma in mille pezzi.
No! grido.
La vita non è così, stai mentendo, e non so perché ancora sono qui ad ascoltarti.
E lei piega leggermente la testa e sussurra, Allora vai, vai pure. Ma mentre mi allontano la sento singhiozzare.
Apro con foga la porta della stanza e mi ritrovo fuori da un altra casa, in un’altra città.

Luz sedeva lì sul marciapiedi con un libro in mano, alza lo sguardo sorridente, poi vede che ho gli occhi pieni di terrore e rabbia.
In fretta si mette in piedi e mi dice: Vieni.
Luz mi prese per mano e mi riportò alla macchina.

Luz, chi sei tu?
Non sono nessuno, non esisto, esisto solo nella tua testa.
E lei la lasciamo lì? Su quella sedia? In quella stanza calda ma buia?
Se la caverà.
Perché mi hai portato qua Luz?
Perché me l’hai chiesto tu, mi hai chiesto tu di rivederla.
Aprimmo la portiera e entrammo in un tempo e in uno spazio differente, inesistente.

Di nuovo la macchina correva veloce sull’asfalto.
Cambia e rifulge, si distrugge, si capovolge, si ritira sulla striscia asfaltata e cementata e ghiacciata.
Svoltammo leggermente verso la pianura che scendeva dolcemente verso nord.
Uscendo dal tempo del sogno. Le nebbie appiccicose dell’inconscio lentamente ci abbandonavano. Come tentacoli lascivi, da cui stiracchiando ci allontanammo.

Quello fu il giorno in cui Luz divenne reale, uscì dalle mie fantasie e divenne una persona.
Luz ebbe paura, paura da morire. Paura di morire.
Dove stiamo andando? Chiese, più a se stessa che a noi. Sedeva sul cofano della macchina. Parcheggiati in un autogrill. La luce del sole rifletteva sul parabrezza ed era costretta a tenere gli occhi socchiusi. Leo pisciava su un albero e io giocavo con un sasso. Feci una faccia stupida e alzai le spalle con noncuranza.
La notte guidai io di nuovo e pioveva da matti. Pioveva che dio la mandava giù. La strada fu allagata completamente. Ad un certo punto la macchina non andava più. La strada era diventata un fiume, la macchina una barca trascinata dalla corrente. Leo si svegliò di colpo gridando. Gridando di entusiasmo. Mise il corpo fuori dal finestrino sul tetto e iniziò a urlare a squarciagola.
Ammainate il pappafico! Spiegate le vele, ciurma!
E intanto la nave si riempiva d’acqua perché pioveva dal finestrino aperto e Leo era già completamente zuppo. Luz aveva gli occhi pieni di terrore, fissava davanti a sè e ripeteva, Fermati per l’amor di dio, fermati, trova un modo di fermare questa cazzo di macchina.
Non riesco Luz, balbettai. Perché era impossibile, la macchina filava come una saponetta, come un ramo trascinato dalla corrente, scivolavamo via lungo la il fiume d’acqua e asfalto e non ci si vedeva un cazzo per la pioggia tanto era fitta.
Imprecai. Prendevamo sempre più velocità.
Sìì! Gridava Leo, Più veloci dannazione! Con l’acqua in viso che gli troncava le parole.
Per l’amor di Dio ferma questa macchina! Urlava Luz.
Aiuto, sussurrai io.
Luz era sempre più preoccupata. Improvvisamente aprì lo sportello e si lanciò nel fiume d’acqua.
Non feci in tempo nemmeno a voltarmi che già era scomparsa nell’oscurità, lo sportello aperto imbarcava acqua.
Andiamocene Leo, stiamo affondando!
Il capitano affonderà con la sua nave! Rispose da lassù.
Ma poi saltò con me in mezzo all’acqua.
Era fredda e subito ci trascinò via.
Luz! Gridai, ma nessuno mi rispose. Affondava la nave e il silenzio la ricopriva.

Luz correva in mezzo al deserto, era sporca, fradicia, infreddolita, spaventata. Ma continuava a correre, non poteva fermarsi, si arrampicò fino ad un altura e finalmente, cadde nella polvere. Vide dall’alto di quel pianoro le nuvole scure contorcersi e avvilupparsi, fuggendo velocissime, portando via la tempesta. La luce dei lampi baluginava e come grandi flash di una macchina fotografica mostravano la palude lasciata dalla pioggia.
Lacrime scivolavano sul suo viso stanco.
Osservava il cielo scuro tra le lacrime, l’immagine che poco a poco sfocava nei suoi occhi.

Luz era di nuovo a casa, tra il grande albero del giardino, correva con il suo fratellone.
Il sole sfavillava e le foglie avevano quell’odore buono di limoni misto con un sapore di casa. Era piccola Luz, ricorda che rideva ma non perché. Il suo fratellone aveva la palla in mano e lei voleva prenderla. Lui perse l’equilibrio e cadde sull’erba morbida. Lei gli saltò addosso e fecero la lotta. Lui le iniziò a fare il solletico e lei rideva tantissimo e le lacrimavamo gli occhi. Vedeva il cielo azzurro sopra di lei tra le lacrime.
Il profumo del grande albero di limoni, quando andava con il padre a raccoglierli e poi tornava verso la porta a piedi scalzi. Sentiva l’erba che gli solleticava i piedi, con la cassetta piena di limoni tra le mani. Sorrideva felice. E il fratello uscì di sorpresa da dietro l’angolo, facendole prendere un gran spavento. I limoni caddero per terra e lei gli saltò di nuovo addosso. E lui la fece rotolare per terra, facendole il solletico a più non posso. Rideva e piangeva Luz.
Poi lo abbracciava forte.
Lo abbracciava più forte il giorno che se ne andava, con le borse sulla macchina ad aspettarlo. Lo abbracciava e non lo lasciava più. E poi volgeva lo sguardo verso l’altra parte quando si allontanava. Gli occhi pieni di lacrime ad osservare il cielo. Pieno di nubi quel giorno. Il cielo tra le lacrime.

Io cercavo di avvolgermi tra le coperte e riscaldarmi. Ma non riuscivo. Faceva un freddo cane. Avevamo appeso i vestiti di fronte al fuoco del camino e ci avevano dato delle coperte, ma non erano calde. Continuavo a tremare come una foglia e avevo tutti i capelli insozzati e appicicati sul viso.
Sapevo che Luz era scomparsa.
Leo era stanco e infreddolito, sedeva accanto a me davanti al camino, avvolto da coperte e asciugamani e con i capelli ancora sgocciolanti in fronte al viso mi osservava adombrato.
Era una casa carina, con i centrini al tavolo e una famigliola numerosa. Eravamo arrivati come naufraghi portati dal mare e ci avevano accolto con tanta premura.
Vorrei ripagare la loro gentilezza,disse Leo, ci hanno anche dato da mangiare.
Domani gli aggiusterò lo steccato, sentenziò. E assunse un espressione soddisfatta. Poi si voltò di nuovo verso di me.
Sei preoccupato per lei?
Annuii senza distogliere lo sguardo dalle fiamme.
Già, lo sono anche io. Ma sento che sta bene, forse aveva bisogno di stare sola.
Mi girai di scatto: Che stai dicendo? L’ha portata via la tempesta.
Sì ma.. E guardava in aria, Sì ma… Sta bene, lo sento. Disse annuendo sicuro.
Sarà, sussurrai tornando ad osservare il fuoco. Ma non mi sento sicuro. E non lo sopportavo quando troncava le frasi in quel modo.

Ci addormentammo sul tappeto.
Nella notte qualcuno ci venne a ricoprire con altre coperte calde.

2. Il Cristo profano

Come un cristo profano,
come un diavolo della strada.
I lunghi dread a cadere sulle spalle, Leo si incamminava nella navata centrale della chiesa.

Ogni giorno che passava mi innamoravo sempre più di quella ragazza, il suo sorriso mi faceva impazzire. Ogni cosa aveva preso la sua strada più giusta. Ogni pezzo era a posto. Ma ugualmente la vita continuava non avere senso. Non poteva averlo, non aveva senso.

La macchina andava veloce sulla strada, Leo dietro dormiva, la mano a penzoloni, il taccuino vuoto a terra. Io guidavo. E Luz riposava. Era notte e i fari bucavano la notte scura, senza timore. Luz sedeva accanto a me e guardava assorta di fronte a sé, il finestrino aperto le scuoteva i capelli e faceva entrare l’odore fresco della notte d’estate. Filavamo così. Poi ad un certo punto la strada finì… Io spensi il motore e aprì la portiera. Luz scese dalla macchina. La notte era profonda. Ma quell’odore, quel rumore… Lo avrei potuto riconoscere dovunque… Era il mare.
Un fitta enorme di nostalgia mi riportò a tempi andati, ad anni che sono stati e non sono più. Respirai quell’aria, con la salsedine che apre i polmoni. Era un odore così buono… Uscì dalla macchina e mi avvicinai a Luz. Stava cercando di scrutare l’oscurità.
È il mare, le dissi. Vieni. Leo ronfava, la presi dolcemente per mano e avanzammo nel buio.
Poco a poco il rombo delle onde si fece più forte. La terra si ammorbidiva, ora i nostri piedi affondavano dolcemente sulla sabbia e i sassolini.
Sentivo sul viso le gocce dell’acqua che s’infrangeva al suolo e poi schizzava via di nuovo. E sorridevo. Luz osservava l’oscurità rapita.
Poi improvvisamente comparve la luce della luna. Le nuvole la avevano liberata. Una piccola e affilata lama bianca latte. Il mare comparve sfiorato da quella luce in tutta la sua maestosità.
Eccolo lì, che si infrangeva sulla spiaggia, increspato, a rincorrersi fino all’orizzonte. Infinito. Con quella piccola lama che rimbalzava caoticamente sulla sua superficie agitata. Che essere irrequieto e magnifico.
Mi tolsi le scarpe e le lanciai sulla spiaggia.. Il mare rombava. I piedi incontrarono l’onda. Rimasi immobile ad osservarlo, a riempirmi di lui, ad assaporare la salsedine sulla lingua e nella narici. L’acqua a bagnarmi le caviglie. Sentirla scorrere intorno a me, accarezzandomi le gambe con dolcezza. Sentì il sapore del mare pervadermi dalla testa ai piedi. La sua forza che mi attraversava.
Poi mi voltai e Luz non c’era più, ero solo io e il mare. E i miei ricordi, che mi riempivano gli occhi, mentre il naso e le orecchie erano piene del mare. Quel mare così immenso e grande. Che non mi faceva nessuna paura. Che mi abbracciava come un amico ritrovato e mi accoglieva tra la sua spuma. E mi sussurrava tra il barulho delle onde quanto gli ero mancato.
Mare, mio vecchio amico salato, anche tu mi sei mancato.
Tornai lentamente alla macchina a piedi nudi sui piccoli sassi levigati. Luz sedeva sul cofano fumando una sigaretta. Gli occhi stetti a due fessure, mi osservava attenta. Le sorrisi.
Il giorno seguente mi accorsi che mi stavo dimenticando di Leo. Del suo folle taccuino e dei nostri progetti.

Leo avanzò ancora lungo la navata. Il taccuino sgualcito stretto nella mano. Giunse fino all’altare. A fronteggiare l’altro Messia. Lassù sulla croce, sofferente in volto. Leo salì sull’altare e si voltò verso la platea. Il cristo profano iniziò a sua predicazione maledetta.

I nostri progetti, il suo taccuino. Il giorno seguente Leo era scomparso. Se ne era andato e mi aveva abbandonato. Non poteva più soffrire di andare avanti così, aveva bisogno di cambiare, di nuovo, sempre, continuamente. Il cambiamento era il suo unico stato permanente.
Io e Luz non sapevamo che fare. Lei faceva andare la sua dolce wolkswagen lentamente per le strada mentre io pensavo guardando il mare che costeggiava la strada.
Lo trovai nel pieno della sua folle predicazione. Alla sua folla invisibile. Sfogliava con veemenza il taccuino di pagine bianche. Con foga gridava i suoi precetti. Il sudore gli imperlava la fronte. I dread andavano su e giù, al ritmo della sua estatica vibrazione.
Ma era solo, solo come un essere umano può esserlo. E sentiva su di lui il peso di questa condanna. La condanna dell’umanità. Nascere soli, morire soli. Vivere soli. Sempre.
Piangeva Leo. Caduto in ginocchio. Mentre chiedeva perché. Sbatteva forte il pugno in terra. Volgeva il capo verso l’alto, disperato. In lacrime. E chiedeva: Perché? Perché questa condanna estrema? Perché donare per poi togliere? Perché non potremmo mai essere felici? Dio, perché?
E chiedeva e si disperava e urlava. Urlava forte. Stringeva il suo taccuino al petto, vicino al cuore.
Poi finalmente si accasciò a terra e in silenzio stette lì. In posizione fetale, in ginocchio e con la testa poggiata a terra, i dread a coprire tutto. Il taccuino stretto al cuore. E rimase lì fermo. Non fece nient’altro. Solo rimase lì.
Io ero impietrito, dalla forza di quelle parole. Parola che bucano le orecchie, scavano l’animo. E fanno sanguinare il cuore. Anche io iniziai a piangere in silenzio.
Luz si staccò da me e si avvicinò all’altare. A piccoli passi lungo la navata.
Salì sull’altare, si accostò a Leo riverso in terra.
Gli accarezzò la testa dolcemente e gli sussurrò parole all’orecchio.
Riportò la luce laddove era oscurata.

Quella ragazza sapeva illuminare gli altri di una luce speciale.
Risplendeva, di una maniera magnifica e particolare.
Quella ragazza mi faceva impazzire.

1. Nati gridando a squarciagola

Leo siede sul terrazzo in silenzio, lascia scorrere il tempo, la notte si fa vischiosa, ma lui pensa e pensa, i taccuino in una mano, nell’altra la penna. Ma il taccuino rimane vuoto, e passano le ore.

Io mi alzo questa mattina. Sì, mi alzo dal letto, strano. Ce la faccio, mi trascino al bagno e osservo attentamente lo specchio. Riflette un immagine sconosciuta, un volto che non riconosco, scavato, la barba lunga. E quegli occhi… non lo riconosco, non è il volto bambino che si specchiava nel bagno la mattina prima di andare a scuola. È un volto cattivo.

La notte diventa insopportabile, fa caldo, per questo Leo siede sulla terrazza. Ma non riesce a dormire, vuole solo sedere, con il taccuino vuoto, come monumento all’improduttività. Come insulto alla società, questa società che ci fa impazzire, che ci fa correre e saltare come grilli isterici, drogati di caffeina.

Lui diceva sempre di volersi prendere il suo tempo. Il tempo solo suo, non quello che gli viene imposto.
E lo ammiravo da morire per questo, avrei voluto essere così, davvero. Ma ancora non riuscivo, era difficile, troppe cose mi legavano. Volevo essere libero, dicevo, ma mi piaceva essere incatenato, mi dava sicurezza.
Mi alzo e vago, lo sguardo spento e immotivato. Lo sguardo pietoso, che si poggia su tutto e su niente.
Cosa fare di tutto ciò? Di questo tempo e di questa vita? Ma non avevo una risposta, solo mettevo su l’acqua per il tè e mi preparavo ad andare al lavoro.
Guardando fuori sentivo di essere sopraffatto da qualcosa di più grande di me, ma non sapevo come liberarmi. Potevo solo disperarmi e piangermi addosso e sul cuscino prima di dormire.

Ma in quella notte Leo trovò l’idea, o più precisamente il coraggio. Trovò il coraggio di mettersi in gioco sul serio e tirò fuori il vecchio zaino impolverato. Che lo guardava affettuoso come un vecchio amico ma anche eccitato da nuove avventure. Lo riempì di poche cose e si mise a dormire. Perché era troppo stanco per fare altro. Si svegliò che il sole era già alto nel cielo, ma non importava, uscì di corsa.

Di nuovo quel volto. Mi fermo davanti allo specchio.
Chi sei? domando.
Nessuna risposta.
Chi sei diventato? domando di nuovo, ma il suono del campanello interrompe il nostro dialogo acceso.
Era lui, era Leo. Ipereccitato, i lunghi dread castani legati in cima. Teneva sulle spalle il grosso zaino. Era pronto a partire. A prendere la strada. E voleva che andassi con lui.
Esito, credo sia pazzo. Penso e penso ma non so cosa rispondere, ci vuole coraggio. È una scelta tosta. Credo. La strada esalta e fa impazzire ma fa anche paura da morire.
Ma vado di là e cerco nel vecchio armadio, sì! Eccolo, lui, il mio vecchio zaino. Ancora sporco e pieno di polvere della strada. Lui è nato per viaggiare, senza quella polvere morirebbe, non avrebbe più nessun senso.

Il viaggio è vita! E sai perché? Perché solo nel viaggio il momento assume la sua vera importanza. Il viaggio è momento presente. Non c’è altro! Il passato è alle spalle e il futuro è insondabile! Il viaggio è la massima espressione di vita! Proprio come mi diceva quello strano hippie, che mi diceva che l’origine della violenza è da ritrovarsi nel momento che l’uomo ha smesso di viaggiare. Ha messo da parte la felicità per un po’ di sicurezza! Ed ecco che tutto è andato a puttane e…E continua così per un bel pezzetto. Con il suo monologo folle mentre mettiamo fuori il pollice e la strada si snoda sinuosa in mezzo al nulla, di fronte a noi e sotto i nostri scarponi.
La prima macchina che ci raccolse ci portò per un bel pezzo, un tipo tranquillo che viaggiava per lavoro. Ci addormentammo e poi ci lasciò al bivio vicino ad un autogrill. Di notte. C’eravamo. Eravamo in viaggio.
La seconda macchina era una bella ragazza, i capelli biondi tagliati corti, occhi verdi scintillanti. Aveva una bella risata. Io mi sedetti davanti a conversare mentre Leo sedeva dietro pensieroso, il taccuino in mano, il taccuino vuoto, osservando fuori dal finestrino il mondo che si srotolava senza tregua. Io la ascoltavo e la ascoltavo mentre parlava e mi innamoravo sempre di più. Seduto assorto. Aveva una luce negli occhi che la faceva sfavillare e la macchina tutta sembrava inondata da quella luce.
Luz. Disse di chiamarsi così.
Arrivammo in una grande vallata verde e scintillante. Era notte profonda e le stelle brillavano, mostrando la bellezza del creato. Ci eravamo lasciati alle spalle il cemento opprimente.
Io e Luz eravamo stesi sul cofano caldo della macchina ad ammirare il cielo e sentire la fresca brezza che soffiava dalla pianura, la strada in lontananza brillava a volte di macchine di passaggio. La notte era profonda, ma le stelle luccicavano come non mai.
Voglio venire con voi, disse Luz. Mi voltai e le sorrisi, Va bene, risposi.
La vita non mi era mai sembrata così bella.

Il mattino seguente dovetti fare i conti con Leo. Luz ci osservava da lontano, appoggiata alla macchina, i pantaloni larghi mossi dal vento. Noi eravamo in mezzo all’erba alta. Verde. Alta fino alla cintola. Leo si muoveva nervoso, senza guardarmi in faccia.
No! No! Non doveva essere così! Era fuori di sè. Si accascia a terra, le mani su volto, i dread scomposti a ricadere sulle spalle.
Si volta e mi osserva attentamente: Il viaggio deve essere puro! Capisci? Deve essere solo noi due e basta, nessun altro!
Ma perché! Chiedo disperato, Lo capisci che non ha senso? Che il segreto e assecondare l’onda della vita e accettare ciò che di buono ci capita di fronte?
Leo mi osserva ancora, si riaggiusta i capelli e li lega in cima. Si alza, tira fuori il taccuino. Sfoglia le pagine bianche. Poi si volta verso il cielo azzurrissimo.
Hai ragione, dice rivolto all’orizzonte. Si volta verso di me sorridendo raggiante: Andiamo, Luz ci sta aspettando.

La macchina mi faceva impazzire, una grigia e scassata wolkswagen di altri tempi che arrancava sobbalzando sulla strada. Ma Luz non aveva paura, assecondava i suoi capricci e la conosceva bene. Si poteva notare che erano in sintonia, lei e la macchina. Manovrava il grosso volante come un vecchio lupo di mare accarezza il timone della sua amata nave. Aveva anche una finestra sul tetto. Una capote. Mi faceva impazzire.
E anche la musica, che usciva facendo vibrare forte le casse. Musica country con un ritmo divino. Luz sembrava sapere far andare la macchina a quel ritmo. Era il suo ritmo, in fondo.