Gambadilegno fumava oppio, seconda parte

Andrà tutto bene. Questo mi ripeteva. Sempre, era come un mantra. Mi fissava con suoi occhi castani e diceva: andrà tutto bene. Sorridendo. E ci credeva davvero, lui. Ci credeva davvero che sarebbe andato tutto bene, non lo diceva solo per farmi stare tranquillo. Quale può essere la cosa peggiore che potrebbe capitarti? Morire. Ma la morte cos’è? Nessuno lo sa.

Andrà tutto bene mi diceva, ascolta te stesso. Trova la via.

La ragazza si strinse la giacca alla vita. Una vecchia giacca verde militare, grande. Come si muoveva potevo sentirne la musica, ogni movimento, ogni gesto, nella sua preparazione, aveva uno studiato equilibrio, una forma. La ragazza si infilò gli scuri stivali. Allacciò il cinturone. Prese il revolver arrugginito. Lo infilò nella fondina. Si legò i lunghi capelli castani dietro la testa. Ogni movimento un suono, una musica. Potevo sentirla chiaramente. Potevo sentirla con tutto me stesso. Sedevo sul grande e curioso letto a baldacchino della sua stanza. Osservandola, rapito. Rapito dal quel mistero affascinante che è la vita.

Lei si voltò ad osservarmi, con i suoi occhi verdi, uno sguardo di solito forte, che sa essere duro. Ma questa volta sorridevano.

Il mondo si era completamente rovesciato per me. Forse vivevo dentro ad un sogno, ma non mi andava di svegliarmi. In questo mondo la terra vibra e manda i suoi segnali, forti e chiari. La terra aveva cessato di girare. Si era fermata, e una botta terribile aveva segnato questo momento, mandando in frantumi migliaia di anni di scienza. E ora l’uomo cercava di riacquistare un equilibrio, combattendo con un passato crudele, che tentava di riaffiorare.

Uscimmo dalla stanza a passi leggeri, per non svegliare la casa. La casa in cui mi avevano ospitato. Dove mi avevano salvato dalla esecuzione. Fuori il cielo era di un blu immenso e l’aria fresca pungeva sul viso, ci inoltrammo nel sentiero, affondando nel fitto della foresta. Il sole macchiava il terreno, filtrato dalle grandi foglie. Odore di terra bagnata, piccoli rumori. I suoi piedi che calpestano le foglie, dietro di me. Camminammo per circa dieci minuti, alla fine il sentiero si allargava, aprendosi in una radura. Una distesa di erba verde chiaro, splendente sotto la luce del sole. Un vento leggero la faceva ondeggiare. Da lì poteva vedersi tutto. Un enorme distesa di verde, che affondava nel mare, blu scuro, ricco di increspature. Osservai quella distesa d’acqua che i propagava all’infinito, fin là dove si congiunge con il cielo. Che miracolo pensai.

Il giorno che arrivai in questo mondo pensavo che sarei morto. Morto di paura…

Che stava accadendo? Dov’ero? Spari, Cani rossi giganti, lucertole, uomini che gridano. È l’inferno? Stringevo in mano un soffietto. Un uomo urlando mi fece gesto di seguirlo. Correva, con un fucile in mano. Io subito feci ciò che mi era stato ordinato. Arrivammo di fronte una costruzione in legno, come un fienile, bruciava, le fiamme lambivano il tetto e le pareti laterali. Altre persone la circondavano. C’era la ragazza della sera prima. Mi guardò, e mi prese per un braccio. Ascolta, mi disse, qui sta andando a fuoco il deposito i munizioni, dobbiamo fare qualcosa, però non abbiamo più acqua. Mi guardai intorno, non stavo ben capendo cosa mi stava dicendo. Vedevo uomini e donne, sporchi e stanchi, gridare e agitarsi intorno al fienile. La ragazza mi pianto i suoi occhi verdi di fronte al viso. Uno sguardo forte, sicuro. Ascoltami, ripeté, devi aiutarci, usa questo qui. Disse toccando il soffietto. La guardai senza capire. Lei mi guardò con convinzione, usa questo, devi spegnere il fuoco, devi farlo.

Quindi mi spinse in avanti, verso il fienile. La gente si scostò per farmi avanzare. Di fronte al fienile in fiamme, aprii e chiusi il soffietto. Non accadde nulla. Uscì un po’ d’aria come mi aspettavo che accadesse. Mi voltai indietro. La ragazza era lì, scosse la testa e gridò: Devi farcela! Lo devi spegnere!

Io guardai il soffietto, e poi il fuoco. Sembrava vero. Sentivo il calore scottarmi la pelle. Il legno si anneriva sotto le fiamme. Sembrava così vero… Al diavolo, è tutto un sogno. È un sogno, forza soffietto, spegni queste cazzo di fiamme. Aprì e chiusi il soffietto. Dalla punta si sprigionò un getto fortissimo d’acqua. Acqua. Era incredibile. Una pressione mostruosa. Irrigidì i muscoli per mantenermi in piedi. Mi sentivo come un pompiere alle prese con la loro manichetta. L’acqua colpì le fiamme sulla parete destra e le estinse. Sorrisi. Poco a poco feci passare il getto d’acqua su l’intero edificio. Il fuoco soffocò. Rimase solo il legno annerito e fumante.

Ero esausto, rivoli di sudore mi scendevano lungo la fronte. abbandonai il soffietto in terra. Mi voltai. Non c’era più nessuno. Solo la ragazza. Sorrideva. Mia madre ha fatto bene salvarti, esclamò con allegria.

La guardai allibito, questo è un sogno o la realtà? Chiesi.

Lei prese un bel respiro per liberarsi dalla tensione. Mi guardò con aria furba:

Fa differenza?

Gambadilegno fumava oppio.

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Oggi cercavo una palestra, tra le vie della città, ma non le vie belle, quelle che trasudano polvere e azulejos. Quelle della città moderna. Camminavo lungo la strada e infine trovai la porta con su affisso il nome della palestra. Devo dire che mi parse un po’ strano, era un condominio, con campanelli, cassetta della posta e tutto. Ma spinsi la porta ed entrai. Un atrio bianco con una luce fredda. Di fronte a me una strana scala stretta e a lato due porte verdi. Chiuse. Presi la scala e al primo piano trovai due porte chiuse e verdi. Un pianerottolo spoglio e bianco. Salì un altro piano. Stessa storia. Continuai a salire ma iniziavo a sentire un disagevole senso di claustrofobia, le scale sembravano come restringersi. Ormai ero al quinto piano, stesse porte, scale, stesso scenario. Stavo sudando freddo. Mi affacciai alla tromba delle scale, non intravedevo la fine. Che cazzo succede, pensai allarmato. In preda la panico mi lanciai come un razzo giù per le scale. Feci i gradini a due a due più veloce che potevo, ma sembrava che le scale non finissero mai, imprigionato in una trappola di intonaco bianco e verde metallo. Continuai a scendere ancora più rapidamente, senza fermarmi a riprendere il fiato. Inciampai, rotolai per le scale sbattendo ripetutamente la testa, atterrai. Mentre svenivo vidi la porta alla mia destra aprirsi e uscirne un macchia scura.

Mi risvegliai e pensai, bene sono cieco. Sentivo sotto di me il freddo della terra nuda e percepivo di essere circondato da grandi alberi. Poi dalle tenebre emerse una luce fioca. Una persona, con una lampada a gas nelle mani. Era il buio più buio che avessi mai visto.

La persona si avvicinò lentamente, portava una giubba lacera e aveva un volto smunto e magro, incoronato da una barba scura. Nelle mani la lampada e, sopratutto, nell’altra un fucile. Ma non ebbi paura, mi ricordai di certe storie di persone ammazzate nei boschi, ma nonostante questo ero tranquillo. Sempre meglio che morire di stenti nella palazzina con le porte verdi, cristo.

Rimasi a terra, l’uomo si accostò a me e mi osservò a lungo rapito. Quindi portò le mani alla bocca e fece un fischio lungo e prolungato. Da quello che era un immenso nero iniziarono a provenire suoni ovattati di frasche che si spezzano, quindi nel cerchio di luce apparve il muso di animale. Una lucertola. Una lucertola molto grande. Fece guizzare la lingua biforcuta nella mia direzione. Quindi voltò il muso verso l’uomo. Che iniziò ad accarezzarla lentamente. Poi infastidito disse “ Jà chega!” e scostò il muso dell’animale che invece continuava a strusciare la testona sul braccio dell’uomo. Quello non badandogli rivolse il fucile verso di me e minaccioso mi chiese: Chi eres tu? Cane! Nunca te vedi e nunca vedi roupa como achella alì. Foda-se! Tu tieni que ser com certezza um perigolo. Habla filho da puta! Quem eres?

Per quale motivo quest’uomo parla un miscuglio tra italiano, spagnolo e portoghese?

Sembrava sempre di più uno dei quei bei sogni del cazzo che poi la mattina ti svegli stremato come se fossi appena sopravvissuto ad una avventura degna di Indiana Jones.

Scoppiai a ridere.

L’uomo non sembrò molto entusiasta del mio improvviso entusiasmo. Fece una smorfia e mi colpì con il calcio del fucile in testa.

…Male sogno fucile.. è che la storia stavolta si fa complicata… gambadilegno fuma oppio e topolino tira di cocca-cola foglie buio porte porte verdi….Male alla testa, tepore, camino, luce, dolore, bagnato. Poco a poco ripresi conoscenza. Di nuovo pensai, qui ne va della salute della mia scatola cranica. Vidi il camino di fronte a me. Il calore. La mano corse automaticamente alla testa. Stoffa. Una benda.

Mi alzai. Ero su un vecchio sofà, con delle coperte. Una casa. Una casa carina. Una vecchia villa sembrerebbe. Il fuoco scoppietta amabilmente, quasi brace. La luce morbido accarezza i mobili. La casa sembra addormentata. Dalle ombre emerse una figura. Una ragazza, capelli scuri legati in cima, addosso una veste bianca, come per dormire. Mi guardò con curiosità. Aveva un viso bello, ma non delicato. Uno sguardo forte. Si accostò al divano. Il vecchio ti ha trovato nel bosco, disse. Sai, tutti noi abbiamo paura del bosco e di cosa proviene da esso, per questo ti ha colpito. Si sedette sul divano, accanto alle mie gambe. Mi guardava negli occhi. Occhi scuri e profondi, ciocche ribelli le scendevano sul volto arricciandosi.

Voleva ammazzarti lì per lì, ma ha preferito sentire il parere di mia madre. È lei che pensa a queste cose. Quindi ti ha lasciato qua.

Si alzò e fece come per andarsene, poi si fermò, aveva dimenticato qualcosa. Si voltò e disse sorridendo, tranquillo mi madre non lascerà che ti uccidano. Sorrisi anche io. Poi scivolò di nuovo tra le ombre della casa.

Guardai di nuovo il camino, che ci sarà da sorridere non lo so, pensai, mi vogliono morto. Quindi scivolai in un sonno inquieto.

Mi svegliai sentendo gridare in portoghese. Aprii gli occhi di soprassalto giusto in tempo per vedere un pezzo sufficientemente grande di legno volare sopra la mia testa. Richiusi gli occhi. Li riaprii. Ora un rumore di vetri in frantumi mi fece voltare verso la mia sinistra, dalle scale scese una pioggia di frammenti di vetro, insieme ad una rossa matassa pelosa rotolante. Saltai dal divano e afferrai la prima cosa che trovai. Il soffietto accanto al camino. La matassa si riscosse. Un muso di cane grosso come una sedia con occhi bianchi come il latte mi fissava. Brandii il soffietto davanti a me con aria minacciosa. Il grosso cane si rimise in piedi e si scrollò di dosso i pezzi di vetro, quindi snudò i denti e saltò. Alle mie spalle qualcosa emerse in una nuvola di cenere e mi buttò in terra. Un lucertolone gigante era uscito dal camino balzando sul cane. Salvandomi. Presi il mio soffietto e mi rimisi in piedi. Corsi fuori dalla stanza, mentre quelle bestie erano ancora avvinghiate tra loro. Attraversai un corridoio zeppo di quadri fino a raggiungere una parete con finestra, devastata, mezza incendiata. Mi lanciai fuori.

E fuori era la follia. Villette, case di legno. Fuoco, cani rossi che correvano, uomini che sparavano, lucertoloni che saltavano. Grida, scoppi, calore. Tutto intorno un bosco fittissimo e verdissimo.

Ma dove madonna del signore sono finito, pensai.

E strinsi forte il soffietto.