Nebbie

Mi accesi una sigaretta. Fuori la notte era calata lentamente, come un panno bagnato scivola sul volto di un morto. Il freddo pungeva il viso. Tremando aspirai una grossa boccata di fumo. Viscido e colante il clima maledetto si insinuava tra le ossa, c’era un attesa di cose maledette e sporche. Nell’aria aleggiava un presentimento di orrori indescrivibili, pesava come una coperte lercia e polverosa, soffocante. Presi una nuova boccata di fumo. Il freddo era come una presenza in quel paese.

Il corpo venne coperto in fretta. Non mi fece impressione, non me li facevano più. Giovanni si voltò verso di me, era paonazzo in volto. Sudando, si allentò la cravatta e prese a sventolarsi il cappello su volto. Più tardi lo vidi chinato a spargere il pranzo di prima sul sentiero. Mi faceva pena, era un uomo spezzato. Ritornò alla macchina con la giacca chiazzata. Mi passai una mano sul volto, senza forze. Mi ritrovai a pregare silenziosamente per un modo migliore.

Avevo visto nei suoi occhi lo splendore della notte, i misteri della vita, che esplodono e implodono dentro di essi.
Questo freddo uccideva la vita, la seccava e la gente moriva dentro le loro case, tramando e pregando santi pagani di salvarli dalla loro miseria. La macchina sobbalzava sulla strada sterrata e ghiacciata.
Gionni non mi piaceva, non mi era mai piaciuto. E mi piacque ancora meno quel giorno, mentre facevamo due domande a quell’uomo. Era scuro in cielo.
Volò uno schiaffo, mentre in silenzio guardavo.

I fari bucavano la nebbia con un raggio compatto, luminoso, non si vedeva a un paio di metri di distanza. Fermammo la macchina. Fuori la notte era silenziosa, ricoperta della manta calda dell’umidità, lei si voltò verso di me. Nei suoi occhi risplendeva l’intera miseria di questo posto, il dolore delle persone e le loro speranze, erano tutte lì. In quei piccoli occhi scuri. Scuri come la notte. Che mi assorbivano come un immenso buco nero. Sentivo la mia anima risucchiata nel profondo. Lei disse alcune parole, ma non le sentii, solo vedevo le sue labbra muoversi in un contorno dolce e morbido.
Ero lì, ero vivo. Ma non mi sentivo affatto vivo. Non sentivo più niente.

Non sentivo niente. Né dolore, né rabbia, né riprovazione, né frustrazione, né tristezza. Niente.
Camminavo fuori dal commissariato in silenzio, pensando a cosa avrei mangiato a cena. Mi meravigliavo di non provare niente. Sbirro di merda.
Sbirro di merda.

Le regole sono fondamentali, c’è bisogno di uomini che controllino che vengono rispettate, le dissi.
E chi controlla i controllori? Mi rispose lei.
Il nostro fiato si condensava in nuvolette dentro la macchina.
Chi controlla i controllori?
Non seppi cosa ribattere. La fissai accigliato.
Chi controlla i controllori?
Me lo ero sempre chiesto anche io, sempre. Le domande ora affioravano a più non posso. Sentivo qualcosa che prima non c’era. Non c’era mai stato.

E le regole, chi l’ha detto che servono, che sono necessarie? E se invece fossimo noi che siamo necessari affinché le regole esistano? Se le regole non fossero un mero strumento nelle nostre mani, e fossimo noi invece un strumento nelle loro? Siamo schiavi delle regole.

Sentivo che c’era qualcosa di sbagliato.
Chi ero io per giudicare, per picchiare per prendere a schiaffi un contadino troppo ubriaco per rispondere bene?

Giovanni colpì Ruggero con uno schiaffo.
L’uomo cadde dalla sedia facendo volare il bicchiere a terra.
I pezzi di vetro schizzarono per stanza. Il vino mi macchiò i pantaloni.
Lo vidi atterrare sbattendo forte la testa al suolo. In un primo momento pensai fosse morto, un rivolo di sangue scivolava dietro la testa. Spinsi Giovanni da parte.
Ma che cazzo fai! Sei pazzo?! Gridai e mi accovacciai sopra l’uomo.

Ruggiero ero solo un contadino ubriaco. Che odiava gli sbirri, i cani di quello stato che per lui non faceva niente, solo spellarlo, stuprarlo, e mandare i sui cani a morderlo ed a picchiarlo. E quel giorno aveva alzato la testa, aveva cercato di allontanare i cani con un calcio, che lo hanno azzannato alla gola.
Beveva e cercava solo di non pensare, dimenticare i dolori, la miseria, le frustrazioni. Dimenticare tutto.
Tutto.

Vai a casa, gli dissi, guardandolo fisso e stringendo la pistola sotto l’ascella.
D’accordo d’accordo cazzo, non c’è bisogno di incazzarsi, sto facendo il mio lavoro coglione. Puzzava di paura, la camicia acciaccata, il viso rosso, le pupille dilatate e i movimenti frenetici.
Drogato del cazzo, va’ a casa, gli dissi.
Lui si avventò su di me.

Sì, ho sempre bevuto molto, ma quel periodo, non potevo farne a meno. Quel posto era asfissiante e ti uccideva dentro. Dovevo stordirmi.
La nebbia fuori si muoveva sotto i lampioni, rotolando, tracciando disegni luminosi e tristi. Avevo paura. Una dannata paura.
Perché ne avevi bisogno? Mi chiese lei.
La osservai. Mi faceva sentire onesto, e pulito.
Perché… ero infelice. Mi sentii dire.

Mi accesi una sigaretta, nel buio il fumo saliva e saliva. Eravamo fianco all’altro senza parlare, senza guardarci a osservare la luna che in cielo risplendeva grande sopra le colline nere. La nebbia colava densa come panna tra le ombre scure della notte. Rumori strani. Presi un sorso dalla fiaschetta, la passai a Gionni. La afferrò con foga e prese un lungo sorso. Si asciugò la bocca con la manica della giacca e mi restituì la fiaschetta vuota. Mi sistemai il cappello e, buttando la cicca, gli dissi di andare.
Poco a poco ci allontanammo dalla città vagando tra le campagne, mentre il sole freddo e azzurrino iniziava tetramente ad accarezzare le gocce sospese in aria, i rami contorti degli alberi spogli, i campi vuoti.
Il corpo e in un fosso dietro a un campo, mezzo marcito. Era stato un cacciatore a trovarlo. Era lì da almeno una settimana.
Giovanni scomparve anche quella sera, mentre annusava tra i vicoli quale potesse essere la pista giusta. Ma non c’era pista, non c’era nulla, tutto sembrava gestito dalle mani maledette e ingiuste del caso, del caso ipocrita e sarcastico, ogni cosa era priva di senso tra le nebbie di quel paese.
La rabbia cresceva, insieme alla rabbia popolare. La frustrazione di un sistema sociale e politico ingiusto.
Pregavano per giustizia. Ma che giustizia avrebbero ricevuto da quel dio dei padroni? E cercavano l’assoluzione da quei preti schiavi del denaro e del sesso.

Lei sapeva delle cose ma non aveva il coraggio di dirmele. Le calze tirate che strusciavano sulla pelle liscia. Le sfiorai la coscia. Poi ritrassi la mano e andai a cacciarla nella tasca della giacca: bevvi un sorso dalla fiaschetta. Mi senti scaldare dentro, una sensazione d tepore e sicurezza mi ammantò.
Conosceva le altre ragazze, sapeva ed aveva paura.
Voleva che la proteggessi, ma che cosa avrei potuto fare?
Non ero nessuno, nemmeno più un poliziotto. Non avevo più nemmeno una pistola. Si erano presi tutto. Il mio distintivo e la mia vita. Non avrei lasciato che si prendessero anche la mia dignità.
Merde, come me. Come me.
Non avevo dimenticato, chi ero stato, cosa avevo fatto. I dolori che avevo inflitto. Ma non m’importava. Non m’importava più di nulla.

Da giorni oramai sapevamo entrambi chi era quel figlio di puttana. Gionni lo sapeva fin dall’inizio e si era rifiutato di dirmelo. Io lo scoprii da solo. Quel mostro doveva morire.
La pioggia cadeva forte quel giorno. Cercavo il mio coltello. Sarei riuscito ad ammazzare un uomo a sangue freddo, a mano nude? Sarei riuscito a sgozzarlo come un capretto?
Il sangue ad inondarmi i piedi, lui che annaspa cercando parlare perché il coltello non è abbastanza affilato e non gli taglia del tutto la carotide. Guardare i suoi occhi mentre la vita scivola via da essi.
L’orrore, quello che avevo visto. Quei corpi, quelle donne.
L’eco delle loro urla rimbombava nelle mie orecchie giorno e notte.
Quel mostro doveva morire. Avrei avuto il coraggio necessario?

Ma ne vale la pena, chiedeva lei? Qual è il senso? Sacrificare la vita di un folle, perché tu possa sentirti pulito, possa sentirti un eroe del cazzo! Non vedi l’ipocrisia, gridava. L’ipocrisia delle persone come te, quelle donne erano invisibili, lo sono ancora. Sarebbero morte di freddo, fame, droga, malattia, lo stesso. Condannate da voi, da uomini come te, che le usano e le bruciano, perché loro possano continuare la loro vita di ipocrisie e di agi. Da questa società corrotta, egoista, marcia e malata. Condannate dal vostro dio bastardo anche dopo la morte, vittime sacrificali della vostra anima sporca e merdosa.
Avete trasformato la vita in dolore, in un calvario. Solo volevano essere libere.
Scoppiò a piangere.

Aveva ragione.

I fari bucavano la nebbia fitta, veloci scorrevamo sulla strada asfaltata.
Era bianco dovunque lo sguardo si posasse, mi sentivo dentro un vuoto nell’anima, un vuoto che non era colmabile. Era un vuoto dannato e scuro. Eravamo silenziosi e non ci potevano dire niente.
Non eravamo nessuno, e nessuno era la notte.