Noi sorgiamo con il grano

Il sole illumina il suo volto, rendendolo irreale. E bellissimo.
Sole, proteggimi da ogni male.
Madre terra, riscaldami con il tuo respiro.

Un ruggito profondo scuote la terra prima del suo arrivo. Lentamente sale di intensità, fino a riempirti le orecchie del suo rombo, tutto si scuote, la bestia sta arrivando. Dal profondo della caverna intravedo due occhi luccicanti, enormi, li vedo avvicinarsi, il mostro arriva ruggendo, esce dalla sua tana. Niente sembra poterlo fermare, è enorme, si avvicina sempre di più, il muso dritto, a fendere l’aria. Ho paura, ma non so dove scappare. Il mostro gridando con uno strillo acuto esce dalla sua tana, è un serpente lunghissimo, dorato e luccicante, la sua pelle è ricoperta di squame durissime, come pietra. Niente sembra poterlo ferire o uccidere. Ora il serpente è uscito dalla sua tana, sibila e rimane immobile, ma proprio quando non te l’aspetti, improvvisamente ti attacca. È un mostro tremendo, perché la sua bocca non si trova sul muso, accanto agli occhi, come in tutti gli altri serpenti, possiede invece miriadi di fauci disposte lungo tutto il corpo. Ecco che le fauci si spalancano improvvisamente, sbuffando, non riesco a capire quante sono. Ho paura, di nuovo, non so cosa fare. Ora penso a tutte le persone vicino a me, mi volto verso di loro per vedere che fanno, ma non sembrano avere paura del serpente gigante, non fuggono, anzi, eccole che entrano nelle bocche del mostro volontariamente. Il serpente gigante è un animale subdolo, deve avere qualche potente profumo che attira gli uomini e li spinge tra le sue fauci. Io ne sono immune, forse perché non sono un uomo bianco, penso, forse perché sono uno Zo’è. Ecco che il mostro improvvisamente richiude le sue bocche e velocissimo scompare di nuovo, ruggendo, la sua coda infinita sfila davanti a me. Lo osservo allontanarsi, con quel suo verso che mi fa accapponare la pelle.

Gli uomini di questa città non sembrano temere il serpente gigante che chiamano Metro, nonostante mi pare non faccia altro che divorare uomini tutto il giorno. Credo che per loro si tratti di una specie di divinità, che adorano e trattano con rispetto. Gli uomini di questa città sono strani, non temono cose grandi e rumorose come il Metro, ma temono molte cose insignificanti, come gli insetti. Ho visto persone agitarsi e urlare perché un insetto le era salito sulla mano.

Le persone spesso mi chiedono del m’berpót, del perché io abbia un lungo bastone di legno sottile inserito nel labbro inferiore. Io cerco di spiegare che ogni Zo’è lo possiede, fin da bambino, ho anche raccontato come avviene la perforazione con l’osso durante la cerimonia. Ma non riesco veramente a capire cosa vogliono sapere, i loro visi si corrugano e mi continuano a chiedere perché. Perché lo fate se è scomodo e fa male? Mi ha chiesto una donna che aveva i piedi all’interno di scarpe piccole e strette, che poggiavano terra attraverso un lungo e sottile bastoncino, costringendola a tenerli costantemente inclinati in avanti. Sembravamo molto scomode e dolorose. Gli uomini di questa città sono strani, molto spesso non riesco a comprenderli, credo che molti di essi non siano capaci di ascoltare le parole.

Le persone che ho incontrato hanno comportamenti che spesso non comprendo. Sembrano disprezzare molte cose che fanno. Forse per essi ‘odiare’ significa ‘amare’. Infatti molte persone sembrano odiare la loro vita, alcuni gridano e si arrabbiano. Ho visto un uomo in piedi all’incrocio di due strade gridare che la società in cui vive è sporca e corrotta, urlava il suo odio ai passanti. Il giorno dopo, però era ancora lì, allo stesso incrocio di strade. E anche il giorno dopo e quello dopo ancora. L’uomo ripeteva le stesse parole cariche di odio e dolore rivolto al cielo, perché gli uomini e le donne che passavano di lì non sembravano ascoltarlo.

Ho conosciuto una ragazza, ha la pelle color argilla, liscia come ambra e ha un profumo dolce come di manioca cotta. I suoi capelli sono neri come la notte e mi piace molto accarezzarli. Ha un sorriso bello, ma non ride molto. È una ragazza triste, dice parole che fanno sanguinare il cuore. Lei afferma di avere una malattia dentro, che le sta facendo appassire l’anima, io non so se sia vero, però penso che sia un peccato non vederla ridere, perché ha un sorriso veramente bello.

“Siamo figli di un mondo corrotto, siamo come fiamme leggere che bruciano e bruciano.
Ogni giorno, poco a poco, il cemento spegne il fuoco e soffoca la speranza.
Nella metro, al buio come vermi ciechi, passiamo veloci nel ventre di un mondo che rimane sconosciuto. La realtà non ci sfiora più.
Vecchie parole sepolte, escono con prepotenza.
Ma preferiamo quelle ricoperte di zuccheri e grassi idrogenati.
Ci abbuffiamo, fino a non sentire più i veri sapori. Fino a dimenticarli, restando con meri surrogati.
Ci stordiamo, fingendo soddisfazione e felicità, non ricordando più dov’è la verità.
Non ricordando più se dietro il vetro della finestra c’è veramente il cielo.
Corriamo ogni giorno, corriamo e corriamo, ma verso dove?
Non sappiamo più nemmeno verso dove corriamo, ci dimentichiamo dove ci troviamo, presi dalla fretta di raggiungere una nuova meta: perché non basta mai, sempre dobbiamo trovarne una nuova. E saltiamo e ci agitiamo, grilli epilettici, intossicati di caffeina, schiavi, di una vita che non ci appartiene.
Ci hanno insegnato ad ubbidire e non chiedere.
Ad accettare l’unica verità che ci viene proposta.
Nessuna domanda, nessuna obiezione…”
Dice questo quasi urlando, ma contro chi non riesco a comprenderlo. Contro il cielo e contro il sole. Poi scoppia a piangere.
Piangendo dice che non ne può più di questa vita che vuole lascare tutto e venire a vivere con me, con gli Zo’è, ne cuore della foresta amazzonica. Io le dico che va bene e le accarezzo i capelli.

Le spiego che Zo’è significa “Noi”, è solo una parola nata per distinguerci dagli uomini bianchi che incontrammo la prima volta, nel 1987. Non c’è bisogno di un nome che ti identifichi quando sai già chi sei. E noi lo sappiamo, siamo ‘noi’, siamo Zo’è.

Quella notte ballo con il fuoco, anche se un fuoco in quella città non c’è. Ma ballo lo stesso, alla luce delle poche stelle, sotto il cielo scuro e profondo.
Quella notte ballo con il fuoco, tenendola per mano.
Lei ride.
Quella notte ballo con il fuoco e so di essere vivo.
Ringrazio per questo.

Lei me lo ripete sempre, che verrà con me, che mi seguirò e abbandonerà questa città e questa vita che la uccide ogni giorno. Dice che mi ama, che vuole vivere con noi, come una Zo’è. Io sorrido.
Il giorno che riparto lei però rimane lì, piangendo, tra le macerie di quel mondo marcio, che tanto disprezza. Rimane lì in piedi, guardandomi allontanare tra le lacrime.

Osservo il campo di grano distendersi sotto i miei occhi.
È di un verde brillante, vivo. Non avevo mai visto il grano, ma mi piace molto.
La prima volta che lo vidi ero con lei.
‘Noi siamo come il grano, sorgiamo in primavera, luminosi e vivi’, le dissi.
Il sole le illuminava il volto, rendendolo irreale. E bellissimo ai miei occhi.
Non posso fare a meno di sorridere.
Mentre una brezza leggera distende gli steli verdi ripenso a lei e piango.
Mi manca molto.
Poi sento il vento sfiorarmi dolcemente il volto.
Asciuga le mie lacrime.
So di essere vivo e ringrazio per questo.

Vedo la luce del sole che illumina ogni cosa.
Ogni cosa è luce.

 

 

 

 

 

 

N.d.A.
Gli Zo’è sono un popolo che vive nel cuore della foresta amazzonica, in Brasile. Si tratta uno degli ultimi ad essere entrato in contatto con l’esterno. Sono un popolo prezioso, ma a rischio a causa delle malattie portate dai bianchi, verso cui non hanno ancora sviluppato una risposta immunitaria adeguata. Le informazioni contenute in questo testo sono reali, ma il racconto è di pura fantasia, non rappresenta in nessun modo l’intero popolo, le sue costruzioni culturali e credenze religiose. Ho solo immaginato la reazione di qualcuno che visita per la prima volta una delle ‘nostre’ città. Il famoso fotografo brasiliano Sebastião Salgado ha magnificamente ritratto gli Zo’è nella sua incredibile opera: “Genesis”: amazon.com/Genesis. Inoltre appaiono nel film documentario sulla vita di Salgado, “Il sale della terra”: youtube.com/TheSaltOfTheHeart/OfficialTrailer. Se volete saperne di più sugli Zo’è : http://www.survival.it; http://www.originalia.it.

(Pubblicato su BBU – Bologna Blog University)

 

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