A piedi nudi sotto la pioggia

Sedeva in silenzio, lo sguardo vacuo non toccava nulla.
Il silenzio era la sua espressione. Un silenzio ostinato, duro, che si tuffava nell’oscurità quotidiana.
Era un rifiuto della vita. Lei stessa nella era la personificazione stessa di quel rifiuto.

Non ricordo bene quando la incontrai la prima volta.
Mi ricordo solo di un giorno in cui era caldo ma c’erano delle belle nuvole, gonfie e cariche di pioggia. Si stava bene. Eravamo un bel gruppetto di persone.
Quel giorno piovve improvvisamente e ci ritrovammo inzuppati, tutti iniziarono a lamentarsi e corsero via, qualcuno aveva un ombrello. Io no. Non mi importava. Era una primavera così, piovosa ma calda, e la pioggia durava solo pochi minuti, anche se intensa.
Si sentì un tuono vibrare ed ecco grandi gocce d’acqua cadere. Tutti scomparvero.
Mi guardai attorno e c’eravamo solo io e lei, che se la prendeva comoda come me. I capelli bagnati appiccicati sulla testa, tendeva i palmi della mani in su a raccogliere le gocce di pioggia.
Mi ricordai di una frase che avevo letto da qualche parte, forse di Bob Marley, forse no: Some people feel the rain, others, only get wet… Di questa frase mi piace molto la parola “only”, come a dire, alcune persone si bagnano e basta. Ecco, le persone che erano fuggite a ripararsi sotto qualche tettoia o dentro le macchine probabilmente si erano solo bagnati. Il punto è che la frase poteva funzionare anche senza “only”, avrebbe avuto comunque senso, ma così, invece, assume una concezione molto più ricca, e profonda. Come a dire, bagnarsi è inevitabile, ma puoi bagnarti e basta, oppure ricevere da questa esperienza qualcosa di più. Diventa anche una metafora della vita stessa.
Ed ecco lei, lei non si stava solo bagnando, stava sentendo la pioggia.

Ora però sedeva in silenzio, ogni gioia da lei era svanita, volatilizzata quasi, sembrava svuotata.
Dov’era finita?
L’avevamo persa qualche anno fa, dentro una tormenta di pensieri che nessuno era riuscito ad arginare, nemmeno io, il suo migliore amico.
Io ero stato via tanto tempo. Tanto.
Non importa quante ore, giorni, settimane, mesi o anni ero stato via. Il tempo è relativo, il tempo non esiste, è una finzione. Ma il tempo che ero stato via era stata una vita intera. Per me e per lei. Avevo dimenticato la mia casa, avevo dimenticato lei, avevo dimenticato tutto e tutti. Fu un tempo immenso, e denso.
Lei non era più la stessa. Io non ero più lo stesso. Non sapevamo più chi era l’altro, eravamo degli sconosciuti. Io mi sentivo straniero a casa mia, non riconoscevo più i luoghi, i volti, le parole.
Era strano, il tempo si muoveva a ritmi differenti continuamente, ogni cosa sembrava uscire dalle nebbie di un sogno, o di un incubo.
In qualche modo ero colpevole, ero stato un bastardo a volatilizzarmi così, senza motivo, ma cercavo qualcosa lontano, qualcosa che le persone che conoscevo da anni non potevano darmi. Ma quando tornai lei era così… così sola. Così tremendamente sola, nonostante fosse circondata da persone. E io non poteva farci niente. Ora continuo a raccontarmi che non ha senso colpevolizzarmi, le cose sarebbero andate così comunque, quel male la stava scavando dentro da anni, da sempre, forse. Ma non riesco a togliermi questa sensazione, questa idea che si è annidata dentro di me come un tarlo: se fossi stato lì con lei, se non l’avessi abbandonata, le cose sarebbero andate in maniera differente.
Abbiamo una responsabilità verso le persone che amiamo e ci amano, che ci piaccia o no.

Quando tornai lei venne da me e mi disse che era molto malata. Che si sentiva morire. Che si sentiva svuotata e risucchiata. Vidi i sui occhi e pensai che non era lei, che qualcuno l’avesse sostituita in questo tempo.
I suoi occhi…
Aveva sempre avuto degli occhi castani, piccoli e profondi. Il suo sguardo aveva qualcosa di strano, sembrava saper cogliere l’essenza delle cose. Aveva quel modo particolare di guardarti che era come se ti vedesse l’anima. A volte potevi sentirti a disagio, ma io adoravo quello sguardo. Mi piaceva da morire.
Il giorno che lei venne da me vidi i suoi occhi castani e non li riconobbi, erano piccoli occhi vuoti, che non vedevano nulla, non toccavano nulla. Sembrava attraversarmi. Non mi vedeva, non mi sfiorava.
Lei non era più qui. E chissà da quanto tempo non lo era più stata.

Anche quel giorno piovve.
Era un estate calda, la più calda che ricordavo. Alla televisione continuavano a ripetere ai vecchi di stare attenti al sole e di bere due litri di acqua al giorno.
E quel giorno piovve. Io ero felicissimo. Quando le nuvole gravide rombarono leggermente e l’acqua iniziò a scendere dal cielo, mi sentii vivo, come non mi ero mai sentito.
Lei era lì con me, guardava il cielo e la pioggia scendere. Eravamo in spiaggia. Il mare divenne oscuro e all’infinito le nuvole si contorcevano scure. Poco a poco la sabbia si chiazzò scura del bagnato, come la pelliccia di un dalmata.
Lei, con il viso rivolto alla pioggia, socchiuse gli occhi e alzò i palmi al cielo, su, su, sempre più in su. Con le braccia alzate rivolte al cielo, gli occhi chiusi, iniziò a muoversi. Iniziò a danzare con la pioggia che ora cadeva forte, era zuppa, fradicia, come quel giorno, ma continuava a muoversi, con i piedi nudi nella sabbia bagnata. Un preghiera rivolta al cielo, una danza per la vita. Ballava sotto la pioggia.
Io la guardavo immobile, sotto l’acqua che scendeva fitta dal cielo, non riuscivo a tenere gli occhi aperti. Mi misi a ridere. Poi lei si fermò, sotto la pioggia, si voltò verso di me, grosse gocce d’acqua le scorrevano lungo i viso, i piccoli occhi scuri semichiusi. Sorrideva. Mi guardava, mi guardava davvero, con quei suoi occhi che scavano nel profondo. Era lei, era tornata.
Era tornata per me.
Mi avvicinai e lei mi abbracciò stretto, i corpi erano bagnati sotto i vestiti impregnati d’acqua. I piedi scalzi affondarono nella sabbia morbida.
Mi sei mancato, disse.
Le nostre lacrime si confusero con la pioggia.

(Pubblicato su BBU-Bologna Blog University)

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