Redenzione

Se ne stava accanto a lei abbracciandola stretto stretto.
Avrebbe voluto portarla lontano da lì, avrebbe voluto toccare le stelle insieme a lei. Avrebbe voluto amarla come non aveva amato nient’altro.
Era felice? Forse. Non poteva dirsi triste.
E questo lo spaventava, lo spaventava da morire.
Lui non aveva paura di nulla, aveva sconfitto la paura da tanto tempo, ne aveva fatto un arma, contro i suoi nemici. Aveva rischiato di morire milioni di volte, picchiava a mani nude criminali che andavano in giro armati fino ai denti. Lui era la paura stessa.
Ma quella notte ebbe paura, paura di perderla.

Si svegliò che era ancora notte fonda, si girò verso di lei e la vide dormire, con le lenzuola aggrovigliate intorno al corpo. Respirava piano, le palpebre socchiuse e i lunghi capelli scuri le ricadevano sul dolce viso.
Era bella. Fu preso dall’impulso di sfiorarle il voltò, ma si bloccò. Continuò a osservarla in silenzio, invece, e scese dal letto. Si avviò verso le grandi vetrate ad ammirare la notte scura che si dispiegava sulla città. La sua città. La città che aveva protetto per tanti anni.
Si passò una mano sulla cicatrice che gli attraversava il petto, uno delle più grandi, la più antica. Gli ritornò alla mente la sensazione delle mani di lei che gli accarezzavano le cicatrici, tutte, gliele baciava e diceva, Quante cicatrici… troppe, e lo stringeva forte al piccolo corpo caldo. Tornò ad osservarla mentre dormiva così silenziosamente, così in pace, così piccola, in confronto a lui, ma capace di una forza grandissima. Lo sapeva, lei aveva una forza incredibile, lui poteva uccidere un uomo a mani nude, certamente, ma non avrebbe mai avuto la forza che aveva lei. Lei aveva una luce dentro. Aveva la forza di non spezzarsi, di rimanere luminosa nonostante intorno a lei tutto fosse oscurità e tenebra.
Dormiva dolcemente, calma, gli fece tenerezza, ma anche un poco di invidia. Lui non dormiva così da quando era un bambino. Non poteva più ricordare quanto tempo fosse passato. Passava le notti insonni tentando di rendere la sua città un posto migliore, diventando un ombra tra le ombre, salvando innocenti, pestando a sangue bastardi. Tentando anche di redimere sé stesso, in qualche modo.
Sapeva che in quei pugni e in quella forza riversava l’oscurità che aveva dentro, era violento, era crudele, ma aveva una regola: non uccideva mai. Ma quante volte aveva sfiorato il rischio di spezzare quell’unica regola. Troppe. Come le cose che aveva visto, e il dolore che aveva vissuto. Troppo.
Le persone intorno a lui spesso morivano.
Quel maldetto pagliaccio aveva ucciso il suo migliore amico. Lì il dolore era stato immenso, la rabbia ribolliva, attendeva solo di essere buttata fuori. In quel momento aveva quasi lasciato perdere, non voleva diventare un mostro assetato di sangue. Voleva buttare la maschera. Ma alla fine era riuscito a prendere il pagliaccio e a sbatterlo in una cella profonda come l’inferno. E aveva continuato. Lui non era capace di fermarsi, pensava. Lui era diventato quella maschera che indossava la notte. Lui era l’ombra stessa.
Ma ora, ora era diverso.
Lei aveva una forza differente, una forza che non aveva mai incontrato in vita sua. Non era un forza che scaturiva dalla disperazione o dalla rabbia. Aveva una forza che nasceva dall’amore. E questa forza aveva rotto le sue difese, era penetrata dentro di lui inondandolo di luce. Non aveva più bisogno di espellere il buio dal suo cuore combattendo. Di rompere ossa, picchiare uomini e mostri.
Non aveva più bisogno di redenzione.
Lei era lo aveva già perdonato. La sua sola presenza lo faceva sentire in pace con sé stesso.
Gli bastava guardarla dormire, così, e sentirsi bene. Voleva solo i suoi baci e le sue carezze. Voleva sfiorarla il viso e sussurrarle parole dolci all’orecchio.
Con lei era felice. Veramente felice.
Non poteva permettersi di ripetere gli stessi errori, non avrebbe lasciato che qualcuno facesse del male a lei.

Tornò ad osservare il cielo scuro sopra la città. In quel momento qualcosa apparve tra le nubi, qualcosa di chiaro. Era una luce, un simbolo. Un pipistrello.
Si voltò di nuovo verso di lei.
La vide aprire lentamente gli occhi, stiracchiarsi. Gli sorrise dolcemente.
Nuda, sudata e fremente cercò l’abbraccio di lui.
Lui si voltò di nuovo verso le vetrate, guardò la luce, guardò il simbolo.
Poi tornò da lei, sotto le coperte, e la strinse forte a sé.

(pubblicato su BBU – Bologna Blog University)

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