Finalmente solo

Correvo per la strada vuota e senza respirare.
Era notte, notte fonda, oscura e appiccicosa.
Le stelle in cielo non brillavano più, niente brillava più, tutto era freddo e oscuro.
Ogni cosa era marcia e corrotta.
Allora correvo e correvo, correvo fino a sentirmi male, il fiato mi si spezzava e l’aria non mi entrava più nei polmoni. Correvo sulla strada vuota e nella notte oscura e fredda, che mi gelava il naso le mani e il viso si contorceva sotto una smorfia di dolore ancestrale.

Ogni uomo porta dentro di sé i segni di un passato oscuro e maledetto, i segni di una storia e i segni di una malattia. Tante parole per niente, tanti silenzi per nulla, tanto dolore da buttare. Alla fine ogni uomo arriva al punto che è la fine. La strada si svuota e cancella le sue tracce. I silenzi, si fanno pesanti e innominabili. Tu, uomo, comprati una nuova macchina e dimenticati dei tuoi peccati, ne dovrai rispondere solo alla fine. Esiste una fine? O è tutto un inizio che si mangia la coda e si contorce sotto le pieghe dei nostri abiti dei nostri animi.

L’uomo rideva, rideva di me forse? No, rideva della vita. Sedeva a terra sporco e infreddolito, vestito di stracci, i denti marci. Ma rideva, aveva capito che era tutto un’enorme barzelletta. Niente aveva senso. Ora si alza barcollando e si butta in mezzo alla strada. Le macchine inchiodano per non investirlo. Urlano insulti. Ma lui ride, non gli importa, se la ride ubriaco e sa che tutto è così. Senza senso.
Lo invidio.
Lo invidio perché io anche so che nulla ha senso e questa consapevolezza mi ha colpito come un mattone e mi fa affondare dolcemente. Silenzio, nell’acqua intorno a me. Solo le bolle d’aria che escono dai miei polmoni, la pressione dell’onda, il silenzio delle tenebre.

Corro finché non ho più fiato, la strada finisce, c’è solo un enorme vuoto, una voragine immensa si apre sotto i miei piedi, infinita e profonda, scura e interminabile. È l’infinito, lo guardo, lui guarda me, e non posso sottrarmi al suo sguardo. È uno sguardo maledetto, uno sguardo che ti entra nell’anima e te l’afferra e non te la lascia più. L’infinito ha uno sguardo con gli artigli, mi ferisce, sanguino, cado.

Cado e l’aria si fa più densa, perché? Forse posso toccarla? No, tutto è vago e trasparente, tutto si fa di nebbia, tutto si corrompe, tutto cade e si fa in pezzi.

Cado e recido le mie corde, che mi tenevano legato, le sego poco a poco, il coltello è freddo nelle mie mani, ne taglio una ad una lentamente, senza fretta.
Cado e spero di scomparire tra le tenebre della mia anima.
Silenzio. Si alza il sipario. Ed eccomi lì, tenue burattino nelle mani del fato. Ingiusto, giusto, caotico, insulso, capriccioso. Ma i fili stringono e il burattino vede il legno segnarsi, poi spezzarsi, il burattino cade e piange.

Cado nel vuoto cosmico, corro, affogo, l’acqua si fa sempre più vischiosa, si tinge di rosso. Sangue, sangue dappertutto, affogo nel ventre di mia madre, tornando indietro indietro indietro… Più indietro non c’è niente, solo il vuoto e il silenzio prima della vita, prima del primo battito del piccolo cuore in formazione.

Ma cos’è la vita? Questo spettacolo? Questa maledizione, la maledizione della consapevolezza. Continuo sulla mia strada, non è servito a nulla, le risposte non le ho, sono andato all’inferno e ne sono riuscito.
L’inferno è la consapevolezza della mancanza di senso, la punizione finale è quindi questa?

No.

La maledizione è quella che sai, quello che vuoi, nulla ha più senso, disse una volta una ragazza dai lunghi capelli neri, in sogno.
È lei, lo so, la morte, coi capelli scuri. Lunghi, fino a terra, un mare di capelli, che mi si infilano nella bocca nel naso e negli occhi. E mi soffocano.

Corro e corro, il fiato si spezza, mi fermo nella notte oscura.
Introno a me solo il rumore della strada in lontananza.
Sono solo finalmente.

Perché mi dici queste parole? E piange guardandomi.
Non lo so nemmeno io perché l’ho chiamata puttana, l’ho umiliata e le ho detto che mi fa schifo, che la odio e non mi piace. Ma l’ho fatto, il mio cuore è nero come le tenebre della notte.
E piange si arrabbia, mi insulta, si dispera e non capisce.
Non può capirlo.
Non può capire perché da un giorno all’altro le ho detto quelle cose, e perché mi sono svegliato e sono diventato un’altra persona, crudele e superba.
Non la riconosce, non è la stessa che amava. Ora la odia, mi odia da morire.
Le piange e mi urla. Io sono impassibile. Raccolgo i suoi insulti con soddisfazione.
Sono riuscito nel mio intento, questo è il prezzo d pagare. Povera piccola creatura, condannata a disperarsi e a non capire. Non può capire perché nessuno capisce mai veramente. Il mio cuore è fatto di tenebra e rifugge la luce, solo vuole riempirsi di quell’oscurità senza fine. Solo vuole rimanere solo.
Ora se ne va, ma prima torna indietro e mi dà un schiaffo. Forte. Tra le lacrime.
Io rimango impassibile. Me lo merito, è giusto così, ma non me ne importa nulla.
Sono riuscito nel mio intento.

Sono finalmente solo.

Ogni uomo nasce con un destino, il mio era quello di rimanere solo. Di allontanarmi da tutti, di ferire chi mi amava e costringerlo ad odiarmi. Nessuno poteva amarmi, nessuno.
Il nostro destino è scritto nella nostra anima, nella mia c’era la solitudine, la fuga e infine la morte. Scritto a chiare lettere, a caratteri cubitali, solitudine. La mia vera pace. Così mi distacco e recido i fili con tutti coloro a cui tengo veramente. Lei l’amavo, e non la potrò mai dimenticare, ma di me perderà il ricordo, che si disperderà come polvere nel vento, perché solo così potrò finalmente smettere di esistere. Finalmente essere libero. Rimanere solo.

Torno a casa, il gatto giallo mi aspetta sulla porta. Miagola quando mi vede, si avvicina per farsi accarezzare. Sono tornato solo per dargli da mangiare. Povera piccola creatura, bellissima, nella sua purezza.
Miagola e cerca i croccantini, gli riempio la ciotola. Poi mi siedo accanto a lui e lo osservò divorare avidamente il cibo, aveva parecchia fame. Poi finisce e viene da me per farsi coccolare un po’, rotola su un fianco, si fa grattare. Ma poi si alza e se ne va e torna alla sua vita.
Sono solo tornato a dare da mangiare al gatto, ora mi alzo anche io e lentamente lascio tutte le mie cose. Scrivo un biglietto di addio. Esco, chiudo la porta e non mi volto più.
Le tenebre mi ingoiano.
Sono finalmente solo.

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