Una storia del cazzo

Non si reggeva più, era tutta la sera che Superman rompeva il cazzo, e andiamo a vedere il mio film, daje per favore, ma nessuno ci voleva andare. Il film faceva schifo, lo sapevamo tutti, poi si scoprì che Snyder, il regista, viveva ormai da anni a casa di Superman come un barbone, ma niente, non ci andammo al cinema alla fine. Solo Batman ci è andato, è venuto anche a dircelo. E vabbè, non importava proprio a nessuno, proprio il cinema non ci piaceva, eravamo nati sordo-ciechi, tutti, a parte Mario. Mario era nato sordo-muto, a lui gli piaceva il cinema, quello senza audio soprattutto. “Ma che belle storie si raccontano da queste parti”, disse la scimmia scendendo dall’albero, poi divenne un ominide e poi tanti saluti, già aveva comprato una Rolls -Royce e si era accesa un sigaro. Intanto Batman non trovava Robin, lo aveva perso, diceva, quando sono uscito dalla bat-mobile deve essermi scivolato dalla tasca, esclamò con rabbia e stupore, ma non troppo. Robin intanto se la spassava, aveva scoperta la sessualità da poco e si era rinchiuso in una casa chiusa, che di fatto, era chiusa e non aperta, perciò non fece molta fatica a rinchiudercisi, solo entrò e chiuse la porta. Alcuni videro Batman aggirarsi da quelle parti con una scimmia, la scimmia guidava l’auto e Batman prendeva al volo le mutandine usate che piovevano dalle finestre del bordello. Ma la storia non era semplice, era, anzi, era piuttosto complessa, anzi, complessata, la psichiatra le aveva raccomandato delle pillole, ma la storia, no, manco per sogno si azzardava a prenderle. Diceva che la facevano ingrassare. Era complessata, appunto.
Così la storia, complessata e ingrassata, seguiva il suo corso che, casualmente, ero lo stesso del fiume Nilo, che in tempi non troppo recenti, fu il fiume che attraversò una donna di nome Cleopanda, cugina di secondo grado della moglie del fratello dello zio del nonno del vicino di casa del panettiere di Giulio Cesare. Costui, il panettiere di Giulio Cesare, si chiamava Patrizio, ma era plebeo e faceva il pane per Giulio Cesare tutte le mattine finché un giorno smise, e fuggì con la damigella di Cesare Giulio, detto Giulietto, in amicizia. La damigella era così bella, così bella, così bella che i genitori l’avevano chiamata Sella, perché Bella come nome non esisteva ancora. Patrizio e Sella attraversarono le Alpi, non uno sopra l’altra, ma bensì camminando affiancati, e incontrarono Scipione l’Africano, che si era perso, e non sapeva dove andare, infatti non erano in Africa, erano sulle Alpi. A Scipione era venuto il sospetto, vedendo tutta quella neve, di trovarsi in un altro luogo, ma niente, pensava di essere sul Kilimangiaro. Kili-mangiaro o Kili, Mangiavo? Chiese con arguta curiosità il carrettiere che passava di là, sulle Alpi, che si era anch’esso perso, tant’è che non trovava più il suo carretto, e andava a dorso di mulo. Sì, chi li mangiavo? Chiese anche il mulo, che però era un po’ duro di orecchi, non sentiva bene, per dirla in parole povere. Anzi, diversamente abbienti. Un po’ come era Babbo Natale in vacanza ai caraibi, senza un soldo, stempiato e abbacchiato. Ad andarci, nei caraibi, aveva insistito la renna Giofulda, con cui ormai da alcuni anni Babbo Natale aveva una relazione stabile, pensavano anche ad avere figli. Sta di fatto però, che giunti ai siffatti caraibi, Babbo Natale, aprendo la camera di albergo, trovò la renna a letto con un avvenente stallone. Nulla valsero le parole di scusa, Babbo Natale avrebbe voluto mettere da parte la sua bontà e commettere un equinocidio. Ma la bontà era proprio in mezzo la stanza e non lo faceva passare, nonostante le proteste dell’anziano signore.
Riprendiamo le redini della nostra storia, che oltre essere complessata, ingrassata, si è pure imbizzarrita, per cui, con stoica fermezza, ma non troppa, la riportiamo alla stalla, dove si era messa dormire anche Sella, per pura casualità.

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