5. O Fim Da Estrada

C’era un silenzio tombale, più mi addentravo nella foresta, più l’oscurità si faceva fitta.
Il reduce avanzava di fronte a me, lacero, i capelli sudati attaccati in testa. A volte si fermava di colpo, mi zittiva con la mano e si voltava, gli occhi spalancati come un folle ad osservare i suoi fantasmi leggeri nell’aria.
Avevo perso la strada da parecchio tempo, la luce che mi illuminava non esisteva più.
Leo mi aveva abbandonato senza motivo, un giorno mi ero svegliato e lui non c’era più. Né lui né il taccuino vuoto.
La domanda che mi assillava era sempre la stessa, ma purtroppo l’avevo persa.
L’oscurità era sempre più fitta. C’è nessuno ? chiesi.
Nessuno rispose.
Era una sensazione invadente, che mi saliva fin dentro al naso e alle orecchie. Era paura.
Sapevo che saremmo finiti nel Deserto dei Silenzi. L’unica cosa che mi consolava era che avrei rivisto Luz. Alla fine, alla fine della strada. Questa strada che ci aveva incatenato e concatenato.
Compagni mi avevano accompagnato e altri mi avevano abbandonato, ma era stata una strada intensa.
Ora mi ritrovavo a chiedermi? Tutto ciò è esistito realmente? Io sono stato quella persona?
Allora la mia mano sale all’orecchio e al buco ornato da un piccolo orecchino, a ricordarmi sempre chi ero e chi sono stato. Per non dimenticare che ho avuto coraggio di lanciarmi nel vuoto e ciò che ne ho guadagnato è stata l’esperienza più bella della mia vita.

Leo non esiste più, è scomparso il giorno che ho messo il piede dentro casa. È volato via con i suoi silenzi e emozioni intense.
Ciò che mi rimane è solo il Reduce. Il ricordo passivo di esperienze passate, gli sguardi che a volte si soffermano e gli occhi pieni di lacrime.
Mi rimangono solo i grandi dubbi e le grandi paure, che mi aspettavano al varco, ansiose del mio ritorno. Hanno timbrato il cartellino e via, si torna all’opera!
Quando il sole cala lentamente e dipinge il cielo di rosso socchiudo leggermente gli occhi e mi ritrovo a temere l’arrivo della notte. Lentamente, ritorna l’inquietudine, striscia e avanza, il ricordo di cose perdute. Più mi ci soffermo più sento un nodo alla gola, soffocarmi.
La notte fa paura. Sento un peso stringermi il petto.
Mi va di piangere, alle volte, buttare fuori quel nodo. Ma poi non rimane altro da fare che respirare, respirare lentamente e adattarsi, accettare quel dolore.
Quella nostalgia al contrario!

Mi hanno dato un copione da firmare, lo hanno dato a tutti. Vorremmo stracciarlo, lo avremmo già fatto. Questo copione non ci piace lo odiamo, lo odiamo da morire.
Perché allora non lo facciamo? Perché continuiamo a seguirlo assiduamente, illudendoci di averlo cambiato ( perché anche quello fa parte del copione!), senza mai decidere di prendere quella strada? Quella che fa paura? Quella che non conosciamo, che non abbiamo mai percorso?

Camminavo lento su quella spiaggia, sulla sabbia soffice, Allora questa è la mia casa? Mi chiedo.
Mi volto e vedo un cielo infuocato tingere di rosso la raffineria. Mi soffermo sull’aria quieta.
Ma più mi sforzo più è inaccettabile. Inaccettabile di aver perduto tutto quello, di aver lasciato che me lo portassero via.
Cosa avrei potuto fare?
Sprecare più lacrime?
Niente.
Assistere silenziosi e pazienti che il tempo faccia il suo lavoro, smussi gli angli spigolosi, spazzi via ogni cosa e ritornare qui.

Ritornare qui.
Qui dove tutto è iniziato. La strada è un cerchio che si chiude.
La casa è il peggior luogo dove il cerchio possa chiudersi, è l’ultimo luogo dove avrei voluto trovarmi.
Qui ogni cosa è priva di senso, tutto si muove secondo un ritmo già suonato, la prevedibilità della noia, la gabbia e la prigione della moralità.
Fino a pochi giorni fa ero differente?
La mano corre all’orecchino.
Sì. Faccio un sospiro di sollievo. Prego Dio che non mi lasci dimenticare tutto quello che ho imparato. Dio si mette a ridere e dice “ Come puoi smettere di avere questa saudade altrimenti? ”
Non è saudade, Dio, quella è una cosa positiva. Questa è mancanza, questo è dolore del distacco. Il mio cuore sanguina e sanguina, lascialo cicatrizzarsi. E poi possiamo parlare di saudade.

Questa notte mi sono svegliato e vi ho sognato, ho preso un bel respiro, ho bevuto un po’ d’acqua. Poi però ho dovuto mettere a testa in giù il tuo regalo, la foto. Non potevo vederla, non volevo vederla.
E poi di nuovo disteso a respirare, respirare, fino a rilassarsi e dormire. Una volta per tutte.

Dormire per sempre.

Quel regalo, quella foto, che ogni santa volta lo osservo mi si apre una fitta nel cuore, hai regalato una foto a tutti noi, prima di partire. E qui noi due siamo bellissimi, di fronte alla torre di belem, che ti prendo a cavalcioni. Siamo felici, quello era un giorno felice. E sotto si legge una scritta: “obrigada!”.
Quella semplice parola avrebbe preso un significato completamente diverso se non avessimo passato quei momenti insiemi abbracciati. Quella semplice parola che mi ha fatto morire di felicità.
Quando mi hai detto obrigada per l’anno insieme, per esserci stato nel momento giusto, per avere condiviso tante cose insieme. Per me quella è diventata la parola più bella del mondo.
E vederla poi scritta lì, proprio lì. Vorrei piangere tantissime lacrime ogni volta che il mio sguardo cade su di essa.
A volte mi sento un piccola formica, un granello di polvere nell’immensità. E mai come ora mi sento un granello che vaga nell’aria. Un granello pieno di ricordi. Un granello che si strugge e piange. Ma si ritrova nudo e spiazzato per affrontare questa realtà.

C’è nessuno? E nessuno mi rispose.
Sento qualcuno toccarmi la spalla, nell’oscurità. E una voce.
Benvenuto nel Deserto dei Silenzi, sussurra.
Una voce calda, e gentile, una voce che riconoscerei tra mille.
Alla fine sono arrivato anche io, Luz.

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