4. Il Deserto dei silenzi

Un sogno, di nuovo.
Luz, Luz,
la stavano chiamando.

Non era la prima volta che tornava al giardino di limoni, a quei giorni così pieni di nostalgia. Ma cosa ci faceva ora là? Così persa e sola, lontano da casa? Sapori antichi di ricordi passati aleggiano nella sua bocca.

Quel giorno sentivo un gran peso sulla coscienza.                                                                   Lasciammo la casa a passi misurati, Leo sapeva di voler discutere su qualcosa. Ma non si ricordava più. Io sentivo quella sensazione fastidiosa come di qualcosa che non andava, mi pesava, mi faceva stare male. Una sensazione negativa.
Che diavolo mi succede?
Dalla cresta si poteva vedere l’azzurro del cielo salire verso l’infinito e le granitiche rocce ergersi maestose, a ricordarci che siamo solo un piccolo tassello di una storia senza fine. Dalla mia piccolezza infinita, mi voltai verso Leo, i dread scuri intrecciati e legati in alto, e gli domandai il senso della vita.

Luz, dove siamo?
Non lo so Corinna, non lo so.
Chi ci ha portato qua?
Credo il vento, e i silenzi misurati, che abbiamo seguito senza motivo.
Luz, che dici?
Lo vedi questo deserto infinito Corinna? Questa distesa di inferno e di silenzio? Come ci sono finita? Viaggiavo al sicuro sulla mia auto scassa, sobbalzando a ritmo di ska. Senza pensieri, felice, sola. Viaggiavo tra prati verdi, e fiumi azzurri.
E hai seguito il fiume?
Sì, fino al mare.
Ah, il mare, quanto mi fa paura il mare, lo sai che non so nuotare?
Non è grave, abiti in un isola.
Fai del sarcasmo per caso?
No, ma ti pare?
Ah ecco. Comunque è colpa del mare, io lo so, lo conosco bene. È lui che ti ha trascinato quaggiù. Con le sue onde caotiche, la sua furia e la sua rabbia, il mare ti mangia l’anima, ti trascina nel pozzo profondo dell’angoscia. Il mare ti uccide a poco a poco, rosicchia le tue difese, ti insalsedina le narici e ammutolisce il cervello…
Corinna, adesso sei tu che vaneggi.
No, Luz fidati di me, io l’ho visto con i miei occhi.
Corinna non mescolare la tua storia con la mia, io viaggiavo nell’entroterra e ho viaggiato sola e felice, calma, assaporando il sole che mi scaldava il volto. Ma poi un giorno tutto è cambiato, è mi sono ritrovata qua. E lo vedi che succede qua? Il tempo scorre tra le mani e non riesci fermarlo, tutto sembra così inutile e privo di senso, sei vuota, ti senti in un inferno bianco e di nulla, e poco a poco la natura è cambiata. Gli alberi si sono fatti più radi, l’erba gialla e rinsecchita, fino a diventare polvere. Sabbia, e alla fine solo questo. Sabbia. Un spiaggia infinita, senza che ci sia permesso vedere il mare…
Grazie al cielo! Porterebbe solo disgrazia, angoscia, rabbia, dolore…
E forse è meglio di non provare più nulla, come adesso. Meglio sentirsi bruciare dentro che sentire spegnere a poco a poco quel fuoco, non credi? Meglio quello furia cieca e distruttiva, dell’onda che si infrange sulla spiaggia di… Questo.
Non lo so, Luz, ho paura, tanta paura.
Già Corinna, anche io.

Di nuovo quel sogno e ancora e ancora. Seduta di spalle, i lunghi capelli che le scendevano fino in terra, era un mare di capelli, che mi afferravano le caviglie e mi stringevano sempre più. Poco a poco mi trascinavano giù. E mi dibattevo, ma i capelli erano sempre di più e mi coprivano tutto, mi soffocavano e non mi lasciavano. Poi mi svegliavo e quando tornavo a dormire tu eri ancora là e solo allora iniziavi a parlare con il tuo solito tono forte e sembrava che stessi parlando tantissimo, ma io non capivo niente era una lingua sconosciuta. Quindi mi ricordavo di quella cosa e correvo dietro a una persona, un amico, per fermarlo. Gli dico – Ehi aspetta… Si volta. Rimango fermo, inebetito. Quel volto… Ero io. Stavo parlando con me stesso, in piedi di fronte a me. E sprofondavo tra le nebbie della mie inquietudine.
Leo mi osservava avvolto nel suo sacco a pelo, e nella tenda. La luce della brace ancora pulsante illuminava la mia figura di spalle, seduta ad osservare il cielo. Sedevo di fronte i resti del fuoco, la coperta sulle spalle. Leo mi osservava e capiva. Quando mi voltai, vidi nei suoi occhi brillare il riflesso delle braci. E erano attenti, silenziosi, calmi.L’aria della notte era fredda, e le stelle sembravano essere cadute dalla saliera di un Dio grandissimo, e sbadato, che le aveva lasciate volare ogni dove, fino a ricoprire la volta celeste tutta, che altro non è che il pavimento della sua cucina. E ancora sta aspettando che passi la donna delle pulizie, questo Dio grandissimo, ma pigro. Che osserva con felice passività le sue meravigliose creazioni nate dal caso.
Leo ti è mai capitato di avere una sensazione?
Una sensazione come?
Una sensazione negativa, come presagio di sventura, o qualcosa che sta già avvenendo, come un peso, e che ti stanca anche un po’. E ti fa sentire triste, e preoccupato, senza motivo.
A dire la verità, mai.
Riflettei sul perché i matti capitano tutti a me.
La notte splendeva immensa, e un vento spazzava il terreno spoglio, scuoteva le ombre degli arbusti bassi. Il cielo sembrava infinito. Quella sensazione continuava, e mentre mi chiedevo perché capitassero tutti a me i tipi strambi, mi riaddormentai, avvolto nelle coperte di fronte al fuco morente.

Sognai Luz, e il reduce, una mia vecchia conoscenza.
Il Reduce, lo abbiamo incontrato un pomeriggio mentre camminavamo sulla strada buia. In un bar fumoso, tutti ridevano e guardavano la partita anche se la loro squadra stava perdendo. Il reduce, un ventiquattrenne, con un vecchio berretto della marina calato in testa, da cui spuntavano i riccioli biondi, barba incolta a coprirgli il viso . E quegli occhi. Azzurri, bellissimi. Ma che facevano paura. Infossati, a osservare il terrore di fronte a sé. Erano rimaste impresse come su di una pellicola fotografica le immagine di morte e terrore. Nelle sue orecchie ancora rimbombava l’eco degli spari, delle bombe, le grida dei suoi amici. E improvvisamente saltava sulla sedia, spaventato. Dai fantasmi nella sua testa.
Luz lo conosceva da tempo, e la prima volta che lo aveva visto era rimasta colpita dalla sua bellezza. Ma era una bellezza triste. E lo aveva capito subito dopo, osservando la camicia verde sudicia che ancora portava le chiazze di sangue, gli strappi e i segni della guerra. E quello sguardo. Quello sguardo pieno di terrore. Era un matto coi fiocchi, di quelli che piacciono tanto a me.

Mi svegliai con la consapevolezza che non avremo più rivisto Luzia. E fu chiaro il motivo di quel peso sulla coscienza, quell’apprensione per oscuri eventi futuri. Era andata per sempre.

Luzia, o Luz per gli amici, parlava con Corinna. Corinna era una ragazzetta minuta con i lunghi capelli ricci, e un viso tondo spruzzato di lentiggini. Aveva un terrore assurdo di quell’Oceano da cui era stata sputata. Di quel rombo forte e profondo. Invece Luz era figlia di un mare piccolo, caloroso e accogliente. Un mare che era come una culla dolce e morbida. Niente a che vedere con quell’immensità ruggente, che ringhia e morde e ti lascia profonde cicatrici. Corinna le aveva mostrato la schiena nuda, il solco profondo che le aveva regalato, una cicatrice grande, che le attraversava la schiena da parte a parte. Non se lo sarebbe scordato facilmente il suo Oceano.
I mostri… I mostri più terribili sono partoriti dalla nostra anima.
Cosa Luz? Non ho capito.
Niente, riflettevo… Non… Non riesco a liberarmi da questa inquietudine. La vita è… Un enorme pantano. Tutto muta e si trasforma, senza sosta. Cambia, cambia e continua a cambiare. Quale sicurezza, certezza, abbiamo? In questo mondo che ci dimentica chi siamo e da dove veniamo, siamo ridotti a punti persi e silenzi interrotti.
Luz… Ho paura. Sento il rombo dell’Oceano.
Tranquilla, Corinna, siamo tanto lontani dal mare.
Ho tanta paura.
Non devi. Stringiti forte a me.