2. Il Cristo profano

Come un cristo profano,
come un diavolo della strada.
I lunghi dread a cadere sulle spalle, Leo si incamminava nella navata centrale della chiesa.

Ogni giorno che passava mi innamoravo sempre più di quella ragazza, il suo sorriso mi faceva impazzire. Ogni cosa aveva preso la sua strada più giusta. Ogni pezzo era a posto. Ma ugualmente la vita continuava non avere senso. Non poteva averlo, non aveva senso.

La macchina andava veloce sulla strada, Leo dietro dormiva, la mano a penzoloni, il taccuino vuoto a terra. Io guidavo. E Luz riposava. Era notte e i fari bucavano la notte scura, senza timore. Luz sedeva accanto a me e guardava assorta di fronte a sé, il finestrino aperto le scuoteva i capelli e faceva entrare l’odore fresco della notte d’estate. Filavamo così. Poi ad un certo punto la strada finì… Io spensi il motore e aprì la portiera. Luz scese dalla macchina. La notte era profonda. Ma quell’odore, quel rumore… Lo avrei potuto riconoscere dovunque… Era il mare.
Un fitta enorme di nostalgia mi riportò a tempi andati, ad anni che sono stati e non sono più. Respirai quell’aria, con la salsedine che apre i polmoni. Era un odore così buono… Uscì dalla macchina e mi avvicinai a Luz. Stava cercando di scrutare l’oscurità.
È il mare, le dissi. Vieni. Leo ronfava, la presi dolcemente per mano e avanzammo nel buio.
Poco a poco il rombo delle onde si fece più forte. La terra si ammorbidiva, ora i nostri piedi affondavano dolcemente sulla sabbia e i sassolini.
Sentivo sul viso le gocce dell’acqua che s’infrangeva al suolo e poi schizzava via di nuovo. E sorridevo. Luz osservava l’oscurità rapita.
Poi improvvisamente comparve la luce della luna. Le nuvole la avevano liberata. Una piccola e affilata lama bianca latte. Il mare comparve sfiorato da quella luce in tutta la sua maestosità.
Eccolo lì, che si infrangeva sulla spiaggia, increspato, a rincorrersi fino all’orizzonte. Infinito. Con quella piccola lama che rimbalzava caoticamente sulla sua superficie agitata. Che essere irrequieto e magnifico.
Mi tolsi le scarpe e le lanciai sulla spiaggia.. Il mare rombava. I piedi incontrarono l’onda. Rimasi immobile ad osservarlo, a riempirmi di lui, ad assaporare la salsedine sulla lingua e nella narici. L’acqua a bagnarmi le caviglie. Sentirla scorrere intorno a me, accarezzandomi le gambe con dolcezza. Sentì il sapore del mare pervadermi dalla testa ai piedi. La sua forza che mi attraversava.
Poi mi voltai e Luz non c’era più, ero solo io e il mare. E i miei ricordi, che mi riempivano gli occhi, mentre il naso e le orecchie erano piene del mare. Quel mare così immenso e grande. Che non mi faceva nessuna paura. Che mi abbracciava come un amico ritrovato e mi accoglieva tra la sua spuma. E mi sussurrava tra il barulho delle onde quanto gli ero mancato.
Mare, mio vecchio amico salato, anche tu mi sei mancato.
Tornai lentamente alla macchina a piedi nudi sui piccoli sassi levigati. Luz sedeva sul cofano fumando una sigaretta. Gli occhi stetti a due fessure, mi osservava attenta. Le sorrisi.
Il giorno seguente mi accorsi che mi stavo dimenticando di Leo. Del suo folle taccuino e dei nostri progetti.

Leo avanzò ancora lungo la navata. Il taccuino sgualcito stretto nella mano. Giunse fino all’altare. A fronteggiare l’altro Messia. Lassù sulla croce, sofferente in volto. Leo salì sull’altare e si voltò verso la platea. Il cristo profano iniziò a sua predicazione maledetta.

I nostri progetti, il suo taccuino. Il giorno seguente Leo era scomparso. Se ne era andato e mi aveva abbandonato. Non poteva più soffrire di andare avanti così, aveva bisogno di cambiare, di nuovo, sempre, continuamente. Il cambiamento era il suo unico stato permanente.
Io e Luz non sapevamo che fare. Lei faceva andare la sua dolce wolkswagen lentamente per le strada mentre io pensavo guardando il mare che costeggiava la strada.
Lo trovai nel pieno della sua folle predicazione. Alla sua folla invisibile. Sfogliava con veemenza il taccuino di pagine bianche. Con foga gridava i suoi precetti. Il sudore gli imperlava la fronte. I dread andavano su e giù, al ritmo della sua estatica vibrazione.
Ma era solo, solo come un essere umano può esserlo. E sentiva su di lui il peso di questa condanna. La condanna dell’umanità. Nascere soli, morire soli. Vivere soli. Sempre.
Piangeva Leo. Caduto in ginocchio. Mentre chiedeva perché. Sbatteva forte il pugno in terra. Volgeva il capo verso l’alto, disperato. In lacrime. E chiedeva: Perché? Perché questa condanna estrema? Perché donare per poi togliere? Perché non potremmo mai essere felici? Dio, perché?
E chiedeva e si disperava e urlava. Urlava forte. Stringeva il suo taccuino al petto, vicino al cuore.
Poi finalmente si accasciò a terra e in silenzio stette lì. In posizione fetale, in ginocchio e con la testa poggiata a terra, i dread a coprire tutto. Il taccuino stretto al cuore. E rimase lì fermo. Non fece nient’altro. Solo rimase lì.
Io ero impietrito, dalla forza di quelle parole. Parola che bucano le orecchie, scavano l’animo. E fanno sanguinare il cuore. Anche io iniziai a piangere in silenzio.
Luz si staccò da me e si avvicinò all’altare. A piccoli passi lungo la navata.
Salì sull’altare, si accostò a Leo riverso in terra.
Gli accarezzò la testa dolcemente e gli sussurrò parole all’orecchio.
Riportò la luce laddove era oscurata.

Quella ragazza sapeva illuminare gli altri di una luce speciale.
Risplendeva, di una maniera magnifica e particolare.
Quella ragazza mi faceva impazzire.

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