3. Profumo di limoni

E lei sedeva su quella stupida sedia e in silenzio mi osservava corrucciata.
I capelli scuri buttati all’indietro.

Qual’è il senso di tutto ciò? Chiedevo stancamente.
E lei mi guardava perentoria. Con quello sguardo che solo lei sapeva darmi. Di arresa, ma un arresa perentoria. Come un arresa che voleva come trasmettermi. Perché dovevo arrendermi anche io. Perché era la soluzione migliore. Aveva pensato, riflettuto e ponderato. La soluzione migliore era l’arresa.
Il senso è quello che sai, è quello che sei. La vita non ha senso, fa male e basta. Ognuno guarda a suoi interessi e a nient’altro, facci l’abitudine. Disse.
Poi scoppiava a piangere.
Cosa dovrei dirti? Cosa dovrei fare?, mi domandava disperata, facendo crollare il muro delle sue sicurezze.
Lo capisco io e lo capisci tu che tutto ciò è insensato e ingiusto, dissi.
Scuotevo la testa, e dicevo Perché piangi? Io vorrei piangere, quante volte avrei voluto correre da te e tu non c’eri.
Lei sedeva su quella stupida sedia di spalle, i capelli neri che le scendevano sulla schiena.
Ma io non posso! Capisci? Le cose stanno così e basta. Non sei abbastanza e non vali niente in fondo è questa la verità. E gli occhi le si fecero duri, anche se rigati di lacrime. La vita è così, nulla cambia, facci l’abitudine.
Il paesaggio muta e diventa una stanza calda, un divano semplice e un tavolo da ping pong con dei piatti sopra.
Io mi arrabbio e getto in terra un piatto, che si frantuma in mille pezzi.
No! grido.
La vita non è così, stai mentendo, e non so perché ancora sono qui ad ascoltarti.
E lei piega leggermente la testa e sussurra, Allora vai, vai pure. Ma mentre mi allontano la sento singhiozzare.
Apro con foga la porta della stanza e mi ritrovo fuori da un altra casa, in un’altra città.

Luz sedeva lì sul marciapiedi con un libro in mano, alza lo sguardo sorridente, poi vede che ho gli occhi pieni di terrore e rabbia.
In fretta si mette in piedi e mi dice: Vieni.
Luz mi prese per mano e mi riportò alla macchina.

Luz, chi sei tu?
Non sono nessuno, non esisto, esisto solo nella tua testa.
E lei la lasciamo lì? Su quella sedia? In quella stanza calda ma buia?
Se la caverà.
Perché mi hai portato qua Luz?
Perché me l’hai chiesto tu, mi hai chiesto tu di rivederla.
Aprimmo la portiera e entrammo in un tempo e in uno spazio differente, inesistente.

Di nuovo la macchina correva veloce sull’asfalto.
Cambia e rifulge, si distrugge, si capovolge, si ritira sulla striscia asfaltata e cementata e ghiacciata.
Svoltammo leggermente verso la pianura che scendeva dolcemente verso nord.
Uscendo dal tempo del sogno. Le nebbie appiccicose dell’inconscio lentamente ci abbandonavano. Come tentacoli lascivi, da cui stiracchiando ci allontanammo.

Quello fu il giorno in cui Luz divenne reale, uscì dalle mie fantasie e divenne una persona.
Luz ebbe paura, paura da morire. Paura di morire.
Dove stiamo andando? Chiese, più a se stessa che a noi. Sedeva sul cofano della macchina. Parcheggiati in un autogrill. La luce del sole rifletteva sul parabrezza ed era costretta a tenere gli occhi socchiusi. Leo pisciava su un albero e io giocavo con un sasso. Feci una faccia stupida e alzai le spalle con noncuranza.
La notte guidai io di nuovo e pioveva da matti. Pioveva che dio la mandava giù. La strada fu allagata completamente. Ad un certo punto la macchina non andava più. La strada era diventata un fiume, la macchina una barca trascinata dalla corrente. Leo si svegliò di colpo gridando. Gridando di entusiasmo. Mise il corpo fuori dal finestrino sul tetto e iniziò a urlare a squarciagola.
Ammainate il pappafico! Spiegate le vele, ciurma!
E intanto la nave si riempiva d’acqua perché pioveva dal finestrino aperto e Leo era già completamente zuppo. Luz aveva gli occhi pieni di terrore, fissava davanti a sè e ripeteva, Fermati per l’amor di dio, fermati, trova un modo di fermare questa cazzo di macchina.
Non riesco Luz, balbettai. Perché era impossibile, la macchina filava come una saponetta, come un ramo trascinato dalla corrente, scivolavamo via lungo la il fiume d’acqua e asfalto e non ci si vedeva un cazzo per la pioggia tanto era fitta.
Imprecai. Prendevamo sempre più velocità.
Sìì! Gridava Leo, Più veloci dannazione! Con l’acqua in viso che gli troncava le parole.
Per l’amor di Dio ferma questa macchina! Urlava Luz.
Aiuto, sussurrai io.
Luz era sempre più preoccupata. Improvvisamente aprì lo sportello e si lanciò nel fiume d’acqua.
Non feci in tempo nemmeno a voltarmi che già era scomparsa nell’oscurità, lo sportello aperto imbarcava acqua.
Andiamocene Leo, stiamo affondando!
Il capitano affonderà con la sua nave! Rispose da lassù.
Ma poi saltò con me in mezzo all’acqua.
Era fredda e subito ci trascinò via.
Luz! Gridai, ma nessuno mi rispose. Affondava la nave e il silenzio la ricopriva.

Luz correva in mezzo al deserto, era sporca, fradicia, infreddolita, spaventata. Ma continuava a correre, non poteva fermarsi, si arrampicò fino ad un altura e finalmente, cadde nella polvere. Vide dall’alto di quel pianoro le nuvole scure contorcersi e avvilupparsi, fuggendo velocissime, portando via la tempesta. La luce dei lampi baluginava e come grandi flash di una macchina fotografica mostravano la palude lasciata dalla pioggia.
Lacrime scivolavano sul suo viso stanco.
Osservava il cielo scuro tra le lacrime, l’immagine che poco a poco sfocava nei suoi occhi.

Luz era di nuovo a casa, tra il grande albero del giardino, correva con il suo fratellone.
Il sole sfavillava e le foglie avevano quell’odore buono di limoni misto con un sapore di casa. Era piccola Luz, ricorda che rideva ma non perché. Il suo fratellone aveva la palla in mano e lei voleva prenderla. Lui perse l’equilibrio e cadde sull’erba morbida. Lei gli saltò addosso e fecero la lotta. Lui le iniziò a fare il solletico e lei rideva tantissimo e le lacrimavamo gli occhi. Vedeva il cielo azzurro sopra di lei tra le lacrime.
Il profumo del grande albero di limoni, quando andava con il padre a raccoglierli e poi tornava verso la porta a piedi scalzi. Sentiva l’erba che gli solleticava i piedi, con la cassetta piena di limoni tra le mani. Sorrideva felice. E il fratello uscì di sorpresa da dietro l’angolo, facendole prendere un gran spavento. I limoni caddero per terra e lei gli saltò di nuovo addosso. E lui la fece rotolare per terra, facendole il solletico a più non posso. Rideva e piangeva Luz.
Poi lo abbracciava forte.
Lo abbracciava più forte il giorno che se ne andava, con le borse sulla macchina ad aspettarlo. Lo abbracciava e non lo lasciava più. E poi volgeva lo sguardo verso l’altra parte quando si allontanava. Gli occhi pieni di lacrime ad osservare il cielo. Pieno di nubi quel giorno. Il cielo tra le lacrime.

Io cercavo di avvolgermi tra le coperte e riscaldarmi. Ma non riuscivo. Faceva un freddo cane. Avevamo appeso i vestiti di fronte al fuoco del camino e ci avevano dato delle coperte, ma non erano calde. Continuavo a tremare come una foglia e avevo tutti i capelli insozzati e appicicati sul viso.
Sapevo che Luz era scomparsa.
Leo era stanco e infreddolito, sedeva accanto a me davanti al camino, avvolto da coperte e asciugamani e con i capelli ancora sgocciolanti in fronte al viso mi osservava adombrato.
Era una casa carina, con i centrini al tavolo e una famigliola numerosa. Eravamo arrivati come naufraghi portati dal mare e ci avevano accolto con tanta premura.
Vorrei ripagare la loro gentilezza,disse Leo, ci hanno anche dato da mangiare.
Domani gli aggiusterò lo steccato, sentenziò. E assunse un espressione soddisfatta. Poi si voltò di nuovo verso di me.
Sei preoccupato per lei?
Annuii senza distogliere lo sguardo dalle fiamme.
Già, lo sono anche io. Ma sento che sta bene, forse aveva bisogno di stare sola.
Mi girai di scatto: Che stai dicendo? L’ha portata via la tempesta.
Sì ma.. E guardava in aria, Sì ma… Sta bene, lo sento. Disse annuendo sicuro.
Sarà, sussurrai tornando ad osservare il fuoco. Ma non mi sento sicuro. E non lo sopportavo quando troncava le frasi in quel modo.

Ci addormentammo sul tappeto.
Nella notte qualcuno ci venne a ricoprire con altre coperte calde.

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2. Il Cristo profano

Come un cristo profano,
come un diavolo della strada.
I lunghi dread a cadere sulle spalle, Leo si incamminava nella navata centrale della chiesa.

Ogni giorno che passava mi innamoravo sempre più di quella ragazza, il suo sorriso mi faceva impazzire. Ogni cosa aveva preso la sua strada più giusta. Ogni pezzo era a posto. Ma ugualmente la vita continuava non avere senso. Non poteva averlo, non aveva senso.

La macchina andava veloce sulla strada, Leo dietro dormiva, la mano a penzoloni, il taccuino vuoto a terra. Io guidavo. E Luz riposava. Era notte e i fari bucavano la notte scura, senza timore. Luz sedeva accanto a me e guardava assorta di fronte a sé, il finestrino aperto le scuoteva i capelli e faceva entrare l’odore fresco della notte d’estate. Filavamo così. Poi ad un certo punto la strada finì… Io spensi il motore e aprì la portiera. Luz scese dalla macchina. La notte era profonda. Ma quell’odore, quel rumore… Lo avrei potuto riconoscere dovunque… Era il mare.
Un fitta enorme di nostalgia mi riportò a tempi andati, ad anni che sono stati e non sono più. Respirai quell’aria, con la salsedine che apre i polmoni. Era un odore così buono… Uscì dalla macchina e mi avvicinai a Luz. Stava cercando di scrutare l’oscurità.
È il mare, le dissi. Vieni. Leo ronfava, la presi dolcemente per mano e avanzammo nel buio.
Poco a poco il rombo delle onde si fece più forte. La terra si ammorbidiva, ora i nostri piedi affondavano dolcemente sulla sabbia e i sassolini.
Sentivo sul viso le gocce dell’acqua che s’infrangeva al suolo e poi schizzava via di nuovo. E sorridevo. Luz osservava l’oscurità rapita.
Poi improvvisamente comparve la luce della luna. Le nuvole la avevano liberata. Una piccola e affilata lama bianca latte. Il mare comparve sfiorato da quella luce in tutta la sua maestosità.
Eccolo lì, che si infrangeva sulla spiaggia, increspato, a rincorrersi fino all’orizzonte. Infinito. Con quella piccola lama che rimbalzava caoticamente sulla sua superficie agitata. Che essere irrequieto e magnifico.
Mi tolsi le scarpe e le lanciai sulla spiaggia.. Il mare rombava. I piedi incontrarono l’onda. Rimasi immobile ad osservarlo, a riempirmi di lui, ad assaporare la salsedine sulla lingua e nella narici. L’acqua a bagnarmi le caviglie. Sentirla scorrere intorno a me, accarezzandomi le gambe con dolcezza. Sentì il sapore del mare pervadermi dalla testa ai piedi. La sua forza che mi attraversava.
Poi mi voltai e Luz non c’era più, ero solo io e il mare. E i miei ricordi, che mi riempivano gli occhi, mentre il naso e le orecchie erano piene del mare. Quel mare così immenso e grande. Che non mi faceva nessuna paura. Che mi abbracciava come un amico ritrovato e mi accoglieva tra la sua spuma. E mi sussurrava tra il barulho delle onde quanto gli ero mancato.
Mare, mio vecchio amico salato, anche tu mi sei mancato.
Tornai lentamente alla macchina a piedi nudi sui piccoli sassi levigati. Luz sedeva sul cofano fumando una sigaretta. Gli occhi stetti a due fessure, mi osservava attenta. Le sorrisi.
Il giorno seguente mi accorsi che mi stavo dimenticando di Leo. Del suo folle taccuino e dei nostri progetti.

Leo avanzò ancora lungo la navata. Il taccuino sgualcito stretto nella mano. Giunse fino all’altare. A fronteggiare l’altro Messia. Lassù sulla croce, sofferente in volto. Leo salì sull’altare e si voltò verso la platea. Il cristo profano iniziò a sua predicazione maledetta.

I nostri progetti, il suo taccuino. Il giorno seguente Leo era scomparso. Se ne era andato e mi aveva abbandonato. Non poteva più soffrire di andare avanti così, aveva bisogno di cambiare, di nuovo, sempre, continuamente. Il cambiamento era il suo unico stato permanente.
Io e Luz non sapevamo che fare. Lei faceva andare la sua dolce wolkswagen lentamente per le strada mentre io pensavo guardando il mare che costeggiava la strada.
Lo trovai nel pieno della sua folle predicazione. Alla sua folla invisibile. Sfogliava con veemenza il taccuino di pagine bianche. Con foga gridava i suoi precetti. Il sudore gli imperlava la fronte. I dread andavano su e giù, al ritmo della sua estatica vibrazione.
Ma era solo, solo come un essere umano può esserlo. E sentiva su di lui il peso di questa condanna. La condanna dell’umanità. Nascere soli, morire soli. Vivere soli. Sempre.
Piangeva Leo. Caduto in ginocchio. Mentre chiedeva perché. Sbatteva forte il pugno in terra. Volgeva il capo verso l’alto, disperato. In lacrime. E chiedeva: Perché? Perché questa condanna estrema? Perché donare per poi togliere? Perché non potremmo mai essere felici? Dio, perché?
E chiedeva e si disperava e urlava. Urlava forte. Stringeva il suo taccuino al petto, vicino al cuore.
Poi finalmente si accasciò a terra e in silenzio stette lì. In posizione fetale, in ginocchio e con la testa poggiata a terra, i dread a coprire tutto. Il taccuino stretto al cuore. E rimase lì fermo. Non fece nient’altro. Solo rimase lì.
Io ero impietrito, dalla forza di quelle parole. Parola che bucano le orecchie, scavano l’animo. E fanno sanguinare il cuore. Anche io iniziai a piangere in silenzio.
Luz si staccò da me e si avvicinò all’altare. A piccoli passi lungo la navata.
Salì sull’altare, si accostò a Leo riverso in terra.
Gli accarezzò la testa dolcemente e gli sussurrò parole all’orecchio.
Riportò la luce laddove era oscurata.

Quella ragazza sapeva illuminare gli altri di una luce speciale.
Risplendeva, di una maniera magnifica e particolare.
Quella ragazza mi faceva impazzire.