1. Nati gridando a squarciagola

Leo siede sul terrazzo in silenzio, lascia scorrere il tempo, la notte si fa vischiosa, ma lui pensa e pensa, i taccuino in una mano, nell’altra la penna. Ma il taccuino rimane vuoto, e passano le ore.

Io mi alzo questa mattina. Sì, mi alzo dal letto, strano. Ce la faccio, mi trascino al bagno e osservo attentamente lo specchio. Riflette un immagine sconosciuta, un volto che non riconosco, scavato, la barba lunga. E quegli occhi… non lo riconosco, non è il volto bambino che si specchiava nel bagno la mattina prima di andare a scuola. È un volto cattivo.

La notte diventa insopportabile, fa caldo, per questo Leo siede sulla terrazza. Ma non riesce a dormire, vuole solo sedere, con il taccuino vuoto, come monumento all’improduttività. Come insulto alla società, questa società che ci fa impazzire, che ci fa correre e saltare come grilli isterici, drogati di caffeina.

Lui diceva sempre di volersi prendere il suo tempo. Il tempo solo suo, non quello che gli viene imposto.
E lo ammiravo da morire per questo, avrei voluto essere così, davvero. Ma ancora non riuscivo, era difficile, troppe cose mi legavano. Volevo essere libero, dicevo, ma mi piaceva essere incatenato, mi dava sicurezza.
Mi alzo e vago, lo sguardo spento e immotivato. Lo sguardo pietoso, che si poggia su tutto e su niente.
Cosa fare di tutto ciò? Di questo tempo e di questa vita? Ma non avevo una risposta, solo mettevo su l’acqua per il tè e mi preparavo ad andare al lavoro.
Guardando fuori sentivo di essere sopraffatto da qualcosa di più grande di me, ma non sapevo come liberarmi. Potevo solo disperarmi e piangermi addosso e sul cuscino prima di dormire.

Ma in quella notte Leo trovò l’idea, o più precisamente il coraggio. Trovò il coraggio di mettersi in gioco sul serio e tirò fuori il vecchio zaino impolverato. Che lo guardava affettuoso come un vecchio amico ma anche eccitato da nuove avventure. Lo riempì di poche cose e si mise a dormire. Perché era troppo stanco per fare altro. Si svegliò che il sole era già alto nel cielo, ma non importava, uscì di corsa.

Di nuovo quel volto. Mi fermo davanti allo specchio.
Chi sei? domando.
Nessuna risposta.
Chi sei diventato? domando di nuovo, ma il suono del campanello interrompe il nostro dialogo acceso.
Era lui, era Leo. Ipereccitato, i lunghi dread castani legati in cima. Teneva sulle spalle il grosso zaino. Era pronto a partire. A prendere la strada. E voleva che andassi con lui.
Esito, credo sia pazzo. Penso e penso ma non so cosa rispondere, ci vuole coraggio. È una scelta tosta. Credo. La strada esalta e fa impazzire ma fa anche paura da morire.
Ma vado di là e cerco nel vecchio armadio, sì! Eccolo, lui, il mio vecchio zaino. Ancora sporco e pieno di polvere della strada. Lui è nato per viaggiare, senza quella polvere morirebbe, non avrebbe più nessun senso.

Il viaggio è vita! E sai perché? Perché solo nel viaggio il momento assume la sua vera importanza. Il viaggio è momento presente. Non c’è altro! Il passato è alle spalle e il futuro è insondabile! Il viaggio è la massima espressione di vita! Proprio come mi diceva quello strano hippie, che mi diceva che l’origine della violenza è da ritrovarsi nel momento che l’uomo ha smesso di viaggiare. Ha messo da parte la felicità per un po’ di sicurezza! Ed ecco che tutto è andato a puttane e…E continua così per un bel pezzetto. Con il suo monologo folle mentre mettiamo fuori il pollice e la strada si snoda sinuosa in mezzo al nulla, di fronte a noi e sotto i nostri scarponi.
La prima macchina che ci raccolse ci portò per un bel pezzo, un tipo tranquillo che viaggiava per lavoro. Ci addormentammo e poi ci lasciò al bivio vicino ad un autogrill. Di notte. C’eravamo. Eravamo in viaggio.
La seconda macchina era una bella ragazza, i capelli biondi tagliati corti, occhi verdi scintillanti. Aveva una bella risata. Io mi sedetti davanti a conversare mentre Leo sedeva dietro pensieroso, il taccuino in mano, il taccuino vuoto, osservando fuori dal finestrino il mondo che si srotolava senza tregua. Io la ascoltavo e la ascoltavo mentre parlava e mi innamoravo sempre di più. Seduto assorto. Aveva una luce negli occhi che la faceva sfavillare e la macchina tutta sembrava inondata da quella luce.
Luz. Disse di chiamarsi così.
Arrivammo in una grande vallata verde e scintillante. Era notte profonda e le stelle brillavano, mostrando la bellezza del creato. Ci eravamo lasciati alle spalle il cemento opprimente.
Io e Luz eravamo stesi sul cofano caldo della macchina ad ammirare il cielo e sentire la fresca brezza che soffiava dalla pianura, la strada in lontananza brillava a volte di macchine di passaggio. La notte era profonda, ma le stelle luccicavano come non mai.
Voglio venire con voi, disse Luz. Mi voltai e le sorrisi, Va bene, risposi.
La vita non mi era mai sembrata così bella.

Il mattino seguente dovetti fare i conti con Leo. Luz ci osservava da lontano, appoggiata alla macchina, i pantaloni larghi mossi dal vento. Noi eravamo in mezzo all’erba alta. Verde. Alta fino alla cintola. Leo si muoveva nervoso, senza guardarmi in faccia.
No! No! Non doveva essere così! Era fuori di sè. Si accascia a terra, le mani su volto, i dread scomposti a ricadere sulle spalle.
Si volta e mi osserva attentamente: Il viaggio deve essere puro! Capisci? Deve essere solo noi due e basta, nessun altro!
Ma perché! Chiedo disperato, Lo capisci che non ha senso? Che il segreto e assecondare l’onda della vita e accettare ciò che di buono ci capita di fronte?
Leo mi osserva ancora, si riaggiusta i capelli e li lega in cima. Si alza, tira fuori il taccuino. Sfoglia le pagine bianche. Poi si volta verso il cielo azzurrissimo.
Hai ragione, dice rivolto all’orizzonte. Si volta verso di me sorridendo raggiante: Andiamo, Luz ci sta aspettando.

La macchina mi faceva impazzire, una grigia e scassata wolkswagen di altri tempi che arrancava sobbalzando sulla strada. Ma Luz non aveva paura, assecondava i suoi capricci e la conosceva bene. Si poteva notare che erano in sintonia, lei e la macchina. Manovrava il grosso volante come un vecchio lupo di mare accarezza il timone della sua amata nave. Aveva anche una finestra sul tetto. Una capote. Mi faceva impazzire.
E anche la musica, che usciva facendo vibrare forte le casse. Musica country con un ritmo divino. Luz sembrava sapere far andare la macchina a quel ritmo. Era il suo ritmo, in fondo.

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Senhor Cuesta

La macchina si chiamava Senhor Cuesta, perché le cuesta mucho. E le costava davvero tanto, scassa e rimbalzando sulla strada a tempo di musica. Con la musica che esce leggera dalla capote aperta e il sole che ti bagna il viso. Dolcemente. Che bella che sei.
Vorrei proteggerti da ogni male, vorrei darti una carezza leggera. Ma siedo silenzioso, e ti guardo e sorrido. Ti volti e mi chiedi, Che? Niente. Sorrido. Che bella che sei.

Il sorriso della ragazza della porta accanto. Tutti sono innamorati di lei.

Ed ecco tutto si capovolge di nuovo, esistenza inutile e senza sbalzi. La noia ci allatta e ci coccola. Ogni giorno.

La piccola armonica, metafora della vita, è piccola, ma la sfida è tirarne fuori tutti i suoni possibili. Tutti suoni bellissimi, che si accordino con le vibrazioni dell’anima. Tirarne fuori la musica più bella possibile.

“Non, così, metti le labbra così,”

Che bella che sei, un bacio, un bacio strappato al tempo, un bacio rubato, siamo tutti qua, vedi, siamo tutti qua.

Mi manchi piccola.

La macchina scassa, come guidi spaventata e concentrata, vorrei darti sicurezza, e la musica, che bella, musica della vecchia jamaica. Musica che risuona di ricordi belli e strazianti.

Quanto sei lontana, sei lontana anni, cerchi altro, cerchi altro.

Energia, energia, forza, dove la mettiamo tutta questa energia? Dobbiamo trovare un modo di buttarla fuori, che ne pensi?  Penso che la società fa schifo, penso che ho paura delle persone, penso che vorrei vivere tra le bestie selvagge.

L’incomprensione, la cecità oltre ogni limite. Mani e piedi legati, per sempre. Nasciamo e moriamo, nasciamo e moriamo legati.

L’armonica suona, così è la mia vita, mi dici, e improvvisi una suonata rapida e acuta, veloce, senza tregua, senza tempo di intristirsi, che bella che sei.
Invece la mia di vita è così, e suono un pezzo malinconico, che cambia, rapido, e diventa basso e poi alto, ma non troppo rapido. Il giusto.

Un bacio, un bacio rubato.
Il fuoco scoppietta, il fuoco brucia.

Vorrei baciarti e accarezzarti, ma non vuoi, te ne vai, poi mi guardi e poi torni. Ma scappi.

Nasciamo e moriamo, soli, senza possibilità di cambiare le carte. Le carte in tavole, fisse, per sempre.

Vorrei accarezzarti dolcemente, e dormire silenziosi.

Vorrei sapere qual’è a mia strada. Lasciare a casa le cose inutili e prendere la strada. La strada polverosa, che fa paura, che esalta.

La strada è la vita.

La strada al buio, tra gli alberi, la strada che si perde tra le case.

E sorrideva sempre. La ragazza sorrideva sempre. E la storia è semplice, è scontata. Non c’è nulla di misterioso, la storia è facile da capire.

Ma mi manchi da morire,

E la macchina decapottabile, sì, decapottabile. E fila come un missile sulla strada, le urla si sentono forte, la vita scorre forte in noi.

La ragazza della porta accanto ha un sorriso meraviglioso, che risplende e accarezza la stanza della sua luce. Come si fa a non amarla?