Forse i silenzi si rispecchiano nel dolore

Sono storie che iniziano dall’inizio. Con me seduto a terra, la schiena poggiata al letto. Il culo sulla moquetta con gli alberelli del cazzo. I piedi sulla stufetta elettrica, a combattere il freddo che si insinua dalla finestra.

A ricordare, a essere incapace di disegnare la storia che voglio raccontare.
La mano che cade, la testa che si appoggia sul petto.

Una storia che finisce con un abbraccio leggermente più forte, da cui mi scrollo delicatamente.
Da sguardi che evito.
In un torpore che non vede e non sente, per non soffrire altre ferite profonde. Altre lacrime che scavano un solco nel cuore. Basta lacrime, basta addii.

Quel giorno,
Mi prese per mano e mi riportò in vita.
In silenzio, delicatamente.
Con parole leggere, che posero forti radici laddove era stato tutto sradicato.

Una storia fatta di una notte che durerà per sempre.
Di abbracci e di parole.
Di film trash alla televisione.
Di parole, tante.
Fatta di un calore e un sapore che vorrei potessero essere qui ed ora, sempre. Di carezze. Di abbracci, di me che mi faccio piccolo piccolo anche se non lo sono più. Ma mi piace farlo. Di sentire il suo corpo appoggiato al mio. Di giocare. Di parlare tanto.
Di parole segrete e intime che da tanto tempo volevano uscire dalla mia bocca e arrivare a quelle orecchie.
Di mani piccole, che però sanno stringere abbracci immensi.

Di sentirla piccola accanto a me. Vicino a me.
Di immaginare che la notte sia infinita, che il tempo non esista che tutto sia una fottuta illusione.

Probabilmente sono molto suscettibile all’ipnosi. Perché vivo nella magia della mia fantasia. Ma che sarebbe la vita senza magia?

Una porta che puoi aprire quando vuoi, e tornare là, a quel momento, a quel silenzio. A quell’abbraccio senza fine.
Così forte e così pieno e vuoto di dolore.
A quando c’è solo il ritorno e non c’è già la ripartenza.
A quando ci siamo solo noi due e il resto non esiste più.

A quando ogni cosa scompare sopraffatta dalla soggettività.

Prospettive, è tutta una questione di prospettiva… potrebbe essere la cosa più importante nell’universo, per quanto ne sappiamo, o la più futile.
Ma le possibilità esistono entrambe allo stesso tempo.
Scegli quella che ti piace di più.

Rivedo la storia, dall’inizio e alla fine.
Sogno che la fine non sia questa, un lieto fine lontano, in tempi magici, bellissimi… ma nel momento in cui ho bisogno di raccontarla, sento che la storia è finita, il cerchio si è fechado, chiuso.
Senza soluzione di continuità, i ricordi si divorano la coda, lasciando le vite e la realtà al di fuori di esso.

Ricordo la piazza, e il motivo.
Ricordo l’imbarazzo e il vecchio telefono addirittura.
Ricordo la piazza ma non ricordo le parole. Ma ricordo la forza, i miei occhi che si aprirono di nuovo, quella volta mi salvò. Dall’annegamento in me stesso.

E non smisi più di esserle riconoscente. Alla mia maniera

Da ogni persona che ho amato o ricevuto qualcosa di unico e incredibile.
Di ogni persona sento nostalgia di questo qualcosa, qualcosa di insostituibile. Che solo lei nella sua unicità possedeva.
Ed è bellissimo non dimenticare.
E può essere un profumo, che quando lo risenti ti volti di scatto in preda ai ricordi.
O può essere un sorriso.
O una carezza.
O un emozione.

O delle lacrime.

Una storia che non riesco a raccontare.
Perché si raccontano le storie di cui si conosce già la fine.
E la fine non la voglio ancora conoscere.
È una storia che le racchiude tutte le altre, in un certo modo.

Ma è una storia che non posso raccontare, perché per quanto lo vedi, per quanto lo sai, non puoi che sperare che un giorno il sole scenderà lentamente tra le valli.
Le ombre si allungheranno sul prato e il vento soffierà dolcemente tra i suoi capelli.
E tu sarai lì ad ammirare lo spettacolo.
A respirare forte e sentire che il cielo si riversa dentro di te.

E, giustamente,

non smetterai ora di farlo.

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