princess

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Princess

Nebbie

Mi accesi una sigaretta. Fuori la notte era calata lentamente, come un panno bagnato scivola sul volto di un morto. Il freddo pungeva il viso. Tremando aspirai una grossa boccata di fumo. Viscido e colante il clima maledetto si insinuava tra le ossa, c’era un attesa di cose maledette e sporche. Nell’aria aleggiava un presentimento di orrori indescrivibili, pesava come una coperte lercia e polverosa, soffocante. Presi una nuova boccata di fumo. Il freddo era come una presenza in quel paese.

Il corpo venne coperto in fretta. Non mi fece impressione, non me li facevano più. Giovanni si voltò verso di me, era paonazzo in volto. Sudando, si allentò la cravatta e prese a sventolarsi il cappello su volto. Più tardi lo vidi chinato a spargere il pranzo di prima sul sentiero. Mi faceva pena, era un uomo spezzato. Ritornò alla macchina con la giacca chiazzata. Mi passai una mano sul volto, senza forze. Mi ritrovai a pregare silenziosamente per un modo migliore.

Avevo visto nei suoi occhi lo splendore della notte, i misteri della vita, che esplodono e implodono dentro di essi.
Questo freddo uccideva la vita, la seccava e la gente moriva dentro le loro case, tramando e pregando santi pagani di salvarli dalla loro miseria. La macchina sobbalzava sulla strada sterrata e ghiacciata.
Gionni non mi piaceva, non mi era mai piaciuto. E mi piacque ancora meno quel giorno, mentre facevamo due domande a quell’uomo. Era scuro in cielo.
Volò uno schiaffo, mentre in silenzio guardavo.

I fari bucavano la nebbia con un raggio compatto, luminoso, non si vedeva a un paio di metri di distanza. Fermammo la macchina. Fuori la notte era silenziosa, ricoperta della manta calda dell’umidità, lei si voltò verso di me. Nei suoi occhi risplendeva l’intera miseria di questo posto, il dolore delle persone e le loro speranze, erano tutte lì. In quei piccoli occhi scuri. Scuri come la notte. Che mi assorbivano come un immenso buco nero. Sentivo la mia anima risucchiata nel profondo. Lei disse alcune parole, ma non le sentii, solo vedevo le sue labbra muoversi in un contorno dolce e morbido.
Ero lì, ero vivo. Ma non mi sentivo affatto vivo. Non sentivo più niente.

Non sentivo niente. Né dolore, né rabbia, né riprovazione, né frustrazione, né tristezza. Niente.
Camminavo fuori dal commissariato in silenzio, pensando a cosa avrei mangiato a cena. Mi meravigliavo di non provare niente. Sbirro di merda.
Sbirro di merda.

Le regole sono fondamentali, c’è bisogno di uomini che controllino che vengono rispettate, le dissi.
E chi controlla i controllori? Mi rispose lei.
Il nostro fiato si condensava in nuvolette dentro la macchina.
Chi controlla i controllori?
Non seppi cosa ribattere. La fissai accigliato.
Chi controlla i controllori?
Me lo ero sempre chiesto anche io, sempre. Le domande ora affioravano a più non posso. Sentivo qualcosa che prima non c’era. Non c’era mai stato.

E le regole, chi l’ha detto che servono, che sono necessarie? E se invece fossimo noi che siamo necessari affinché le regole esistano? Se le regole non fossero un mero strumento nelle nostre mani, e fossimo noi invece un strumento nelle loro? Siamo schiavi delle regole.

Sentivo che c’era qualcosa di sbagliato.
Chi ero io per giudicare, per picchiare per prendere a schiaffi un contadino troppo ubriaco per rispondere bene?

Giovanni colpì Ruggero con uno schiaffo.
L’uomo cadde dalla sedia facendo volare il bicchiere a terra.
I pezzi di vetro schizzarono per stanza. Il vino mi macchiò i pantaloni.
Lo vidi atterrare sbattendo forte la testa al suolo. In un primo momento pensai fosse morto, un rivolo di sangue scivolava dietro la testa. Spinsi Giovanni da parte.
Ma che cazzo fai! Sei pazzo?! Gridai e mi accovacciai sopra l’uomo.

Ruggiero ero solo un contadino ubriaco. Che odiava gli sbirri, i cani di quello stato che per lui non faceva niente, solo spellarlo, stuprarlo, e mandare i sui cani a morderlo ed a picchiarlo. E quel giorno aveva alzato la testa, aveva cercato di allontanare i cani con un calcio, che lo hanno azzannato alla gola.
Beveva e cercava solo di non pensare, dimenticare i dolori, la miseria, le frustrazioni. Dimenticare tutto.
Tutto.

Vai a casa, gli dissi, guardandolo fisso e stringendo la pistola sotto l’ascella.
D’accordo d’accordo cazzo, non c’è bisogno di incazzarsi, sto facendo il mio lavoro coglione. Puzzava di paura, la camicia acciaccata, il viso rosso, le pupille dilatate e i movimenti frenetici.
Drogato del cazzo, va’ a casa, gli dissi.
Lui si avventò su di me.

Sì, ho sempre bevuto molto, ma quel periodo, non potevo farne a meno. Quel posto era asfissiante e ti uccideva dentro. Dovevo stordirmi.
La nebbia fuori si muoveva sotto i lampioni, rotolando, tracciando disegni luminosi e tristi. Avevo paura. Una dannata paura.
Perché ne avevi bisogno? Mi chiese lei.
La osservai. Mi faceva sentire onesto, e pulito.
Perché… ero infelice. Mi sentii dire.

Mi accesi una sigaretta, nel buio il fumo saliva e saliva. Eravamo fianco all’altro senza parlare, senza guardarci a osservare la luna che in cielo risplendeva grande sopra le colline nere. La nebbia colava densa come panna tra le ombre scure della notte. Rumori strani. Presi un sorso dalla fiaschetta, la passai a Gionni. La afferrò con foga e prese un lungo sorso. Si asciugò la bocca con la manica della giacca e mi restituì la fiaschetta vuota. Mi sistemai il cappello e, buttando la cicca, gli dissi di andare.
Poco a poco ci allontanammo dalla città vagando tra le campagne, mentre il sole freddo e azzurrino iniziava tetramente ad accarezzare le gocce sospese in aria, i rami contorti degli alberi spogli, i campi vuoti.
Il corpo e in un fosso dietro a un campo, mezzo marcito. Era stato un cacciatore a trovarlo. Era lì da almeno una settimana.
Giovanni scomparve anche quella sera, mentre annusava tra i vicoli quale potesse essere la pista giusta. Ma non c’era pista, non c’era nulla, tutto sembrava gestito dalle mani maledette e ingiuste del caso, del caso ipocrita e sarcastico, ogni cosa era priva di senso tra le nebbie di quel paese.
La rabbia cresceva, insieme alla rabbia popolare. La frustrazione di un sistema sociale e politico ingiusto.
Pregavano per giustizia. Ma che giustizia avrebbero ricevuto da quel dio dei padroni? E cercavano l’assoluzione da quei preti schiavi del denaro e del sesso.

Lei sapeva delle cose ma non aveva il coraggio di dirmele. Le calze tirate che strusciavano sulla pelle liscia. Le sfiorai la coscia. Poi ritrassi la mano e andai a cacciarla nella tasca della giacca: bevvi un sorso dalla fiaschetta. Mi senti scaldare dentro, una sensazione d tepore e sicurezza mi ammantò.
Conosceva le altre ragazze, sapeva ed aveva paura.
Voleva che la proteggessi, ma che cosa avrei potuto fare?
Non ero nessuno, nemmeno più un poliziotto. Non avevo più nemmeno una pistola. Si erano presi tutto. Il mio distintivo e la mia vita. Non avrei lasciato che si prendessero anche la mia dignità.
Merde, come me. Come me.
Non avevo dimenticato, chi ero stato, cosa avevo fatto. I dolori che avevo inflitto. Ma non m’importava. Non m’importava più di nulla.

Da giorni oramai sapevamo entrambi chi era quel figlio di puttana. Gionni lo sapeva fin dall’inizio e si era rifiutato di dirmelo. Io lo scoprii da solo. Quel mostro doveva morire.
La pioggia cadeva forte quel giorno. Cercavo il mio coltello. Sarei riuscito ad ammazzare un uomo a sangue freddo, a mano nude? Sarei riuscito a sgozzarlo come un capretto?
Il sangue ad inondarmi i piedi, lui che annaspa cercando parlare perché il coltello non è abbastanza affilato e non gli taglia del tutto la carotide. Guardare i suoi occhi mentre la vita scivola via da essi.
L’orrore, quello che avevo visto. Quei corpi, quelle donne.
L’eco delle loro urla rimbombava nelle mie orecchie giorno e notte.
Quel mostro doveva morire. Avrei avuto il coraggio necessario?

Ma ne vale la pena, chiedeva lei? Qual è il senso? Sacrificare la vita di un folle, perché tu possa sentirti pulito, possa sentirti un eroe del cazzo! Non vedi l’ipocrisia, gridava. L’ipocrisia delle persone come te, quelle donne erano invisibili, lo sono ancora. Sarebbero morte di freddo, fame, droga, malattia, lo stesso. Condannate da voi, da uomini come te, che le usano e le bruciano, perché loro possano continuare la loro vita di ipocrisie e di agi. Da questa società corrotta, egoista, marcia e malata. Condannate dal vostro dio bastardo anche dopo la morte, vittime sacrificali della vostra anima sporca e merdosa.
Avete trasformato la vita in dolore, in un calvario. Solo volevano essere libere.
Scoppiò a piangere.

Aveva ragione.

I fari bucavano la nebbia fitta, veloci scorrevamo sulla strada asfaltata.
Era bianco dovunque lo sguardo si posasse, mi sentivo dentro un vuoto nell’anima, un vuoto che non era colmabile. Era un vuoto dannato e scuro. Eravamo silenziosi e non ci potevano dire niente.
Non eravamo nessuno, e nessuno era la notte.

A piedi nudi sotto la pioggia

Sedeva in silenzio, lo sguardo vacuo non toccava nulla.
Il silenzio era la sua espressione. Un silenzio ostinato, duro, che si tuffava nell’oscurità quotidiana.
Era un rifiuto della vita. Lei stessa nella era la personificazione stessa di quel rifiuto.

Non ricordo bene quando la incontrai la prima volta.
Mi ricordo solo di un giorno in cui era caldo ma c’erano delle belle nuvole, gonfie e cariche di pioggia. Si stava bene. Eravamo un bel gruppetto di persone.
Quel giorno piovve improvvisamente e ci ritrovammo inzuppati, tutti iniziarono a lamentarsi e corsero via, qualcuno aveva un ombrello. Io no. Non mi importava. Era una primavera così, piovosa ma calda, e la pioggia durava solo pochi minuti, anche se intensa.
Si sentì un tuono vibrare ed ecco grandi gocce d’acqua cadere. Tutti scomparvero.
Mi guardai attorno e c’eravamo solo io e lei, che se la prendeva comoda come me. I capelli bagnati appiccicati sulla testa, tendeva i palmi della mani in su a raccogliere le gocce di pioggia.
Mi ricordai di una frase che avevo letto da qualche parte, forse di Bob Marley, forse no: Some people feel the rain, others, only get wet… Di questa frase mi piace molto la parola “only”, come a dire, alcune persone si bagnano e basta. Ecco, le persone che erano fuggite a ripararsi sotto qualche tettoia o dentro le macchine probabilmente si erano solo bagnati. Il punto è che la frase poteva funzionare anche senza “only”, avrebbe avuto comunque senso, ma così, invece, assume una concezione molto più ricca, e profonda. Come a dire, bagnarsi è inevitabile, ma puoi bagnarti e basta, oppure ricevere da questa esperienza qualcosa di più. Diventa anche una metafora della vita stessa.
Ed ecco lei, lei non si stava solo bagnando, stava sentendo la pioggia.

Ora però sedeva in silenzio, ogni gioia da lei era svanita, volatilizzata quasi, sembrava svuotata.
Dov’era finita?
L’avevamo persa qualche anno fa, dentro una tormenta di pensieri che nessuno era riuscito ad arginare, nemmeno io, il suo migliore amico.
Io ero stato via tanto tempo. Tanto.
Non importa quante ore, giorni, settimane, mesi o anni ero stato via. Il tempo è relativo, il tempo non esiste, è una finzione. Ma il tempo che ero stato via era stata una vita intera. Per me e per lei. Avevo dimenticato la mia casa, avevo dimenticato lei, avevo dimenticato tutto e tutti. Fu un tempo immenso, e denso.
Lei non era più la stessa. Io non ero più lo stesso. Non sapevamo più chi era l’altro, eravamo degli sconosciuti. Io mi sentivo straniero a casa mia, non riconoscevo più i luoghi, i volti, le parole.
Era strano, il tempo si muoveva a ritmi differenti continuamente, ogni cosa sembrava uscire dalle nebbie di un sogno, o di un incubo.
In qualche modo ero colpevole, ero stato un bastardo a volatilizzarmi così, senza motivo, ma cercavo qualcosa lontano, qualcosa che le persone che conoscevo da anni non potevano darmi. Ma quando tornai lei era così… così sola. Così tremendamente sola, nonostante fosse circondata da persone. E io non poteva farci niente. Ora continuo a raccontarmi che non ha senso colpevolizzarmi, le cose sarebbero andate così comunque, quel male la stava scavando dentro da anni, da sempre, forse. Ma non riesco a togliermi questa sensazione, questa idea che si è annidata dentro di me come un tarlo: se fossi stato lì con lei, se non l’avessi abbandonata, le cose sarebbero andate in maniera differente.
Abbiamo una responsabilità verso le persone che amiamo e ci amano, che ci piaccia o no.

Quando tornai lei venne da me e mi disse che era molto malata. Che si sentiva morire. Che si sentiva svuotata e risucchiata. Vidi i sui occhi e pensai che non era lei, che qualcuno l’avesse sostituita in questo tempo.
I suoi occhi…
Aveva sempre avuto degli occhi castani, piccoli e profondi. Il suo sguardo aveva qualcosa di strano, sembrava saper cogliere l’essenza delle cose. Aveva quel modo particolare di guardarti che era come se ti vedesse l’anima. A volte potevi sentirti a disagio, ma io adoravo quello sguardo. Mi piaceva da morire.
Il giorno che lei venne da me vidi i suoi occhi castani e non li riconobbi, erano piccoli occhi vuoti, che non vedevano nulla, non toccavano nulla. Sembrava attraversarmi. Non mi vedeva, non mi sfiorava.
Lei non era più qui. E chissà da quanto tempo non lo era più stata.

Anche quel giorno piovve.
Era un estate calda, la più calda che ricordavo. Alla televisione continuavano a ripetere ai vecchi di stare attenti al sole e di bere due litri di acqua al giorno.
E quel giorno piovve. Io ero felicissimo. Quando le nuvole gravide rombarono leggermente e l’acqua iniziò a scendere dal cielo, mi sentii vivo, come non mi ero mai sentito.
Lei era lì con me, guardava il cielo e la pioggia scendere. Eravamo in spiaggia. Il mare divenne oscuro e all’infinito le nuvole si contorcevano scure. Poco a poco la sabbia si chiazzò scura del bagnato, come la pelliccia di un dalmata.
Lei, con il viso rivolto alla pioggia, socchiuse gli occhi e alzò i palmi al cielo, su, su, sempre più in su. Con le braccia alzate rivolte al cielo, gli occhi chiusi, iniziò a muoversi. Iniziò a danzare con la pioggia che ora cadeva forte, era zuppa, fradicia, come quel giorno, ma continuava a muoversi, con i piedi nudi nella sabbia bagnata. Un preghiera rivolta al cielo, una danza per la vita. Ballava sotto la pioggia.
Io la guardavo immobile, sotto l’acqua che scendeva fitta dal cielo, non riuscivo a tenere gli occhi aperti. Mi misi a ridere. Poi lei si fermò, sotto la pioggia, si voltò verso di me, grosse gocce d’acqua le scorrevano lungo i viso, i piccoli occhi scuri semichiusi. Sorrideva. Mi guardava, mi guardava davvero, con quei suoi occhi che scavano nel profondo. Era lei, era tornata.
Era tornata per me.
Mi avvicinai e lei mi abbracciò stretto, i corpi erano bagnati sotto i vestiti impregnati d’acqua. I piedi scalzi affondarono nella sabbia morbida.
Mi sei mancato, disse.
Le nostre lacrime si confusero con la pioggia.

(Pubblicato su BBU-Bologna Blog University)

Noi sorgiamo con il grano

Il sole illumina il suo volto, rendendolo irreale. E bellissimo.
Sole, proteggimi da ogni male.
Madre terra, riscaldami con il tuo respiro.

Un ruggito profondo scuote la terra prima del suo arrivo. Lentamente sale di intensità, fino a riempirti le orecchie del suo rombo, tutto si scuote, la bestia sta arrivando. Dal profondo della caverna intravedo due occhi luccicanti, enormi, li vedo avvicinarsi, il mostro arriva ruggendo, esce dalla sua tana. Niente sembra poterlo fermare, è enorme, si avvicina sempre di più, il muso dritto, a fendere l’aria. Ho paura, ma non so dove scappare. Il mostro gridando con uno strillo acuto esce dalla sua tana, è un serpente lunghissimo, dorato e luccicante, la sua pelle è ricoperta di squame durissime, come pietra. Niente sembra poterlo ferire o uccidere. Ora il serpente è uscito dalla sua tana, sibila e rimane immobile, ma proprio quando non te l’aspetti, improvvisamente ti attacca. È un mostro tremendo, perché la sua bocca non si trova sul muso, accanto agli occhi, come in tutti gli altri serpenti, possiede invece miriadi di fauci disposte lungo tutto il corpo. Ecco che le fauci si spalancano improvvisamente, sbuffando, non riesco a capire quante sono. Ho paura, di nuovo, non so cosa fare. Ora penso a tutte le persone vicino a me, mi volto verso di loro per vedere che fanno, ma non sembrano avere paura del serpente gigante, non fuggono, anzi, eccole che entrano nelle bocche del mostro volontariamente. Il serpente gigante è un animale subdolo, deve avere qualche potente profumo che attira gli uomini e li spinge tra le sue fauci. Io ne sono immune, forse perché non sono un uomo bianco, penso, forse perché sono uno Zo’è. Ecco che il mostro improvvisamente richiude le sue bocche e velocissimo scompare di nuovo, ruggendo, la sua coda infinita sfila davanti a me. Lo osservo allontanarsi, con quel suo verso che mi fa accapponare la pelle.

Gli uomini di questa città non sembrano temere il serpente gigante che chiamano Metro, nonostante mi pare non faccia altro che divorare uomini tutto il giorno. Credo che per loro si tratti di una specie di divinità, che adorano e trattano con rispetto. Gli uomini di questa città sono strani, non temono cose grandi e rumorose come il Metro, ma temono molte cose insignificanti, come gli insetti. Ho visto persone agitarsi e urlare perché un insetto le era salito sulla mano.

Le persone spesso mi chiedono del m’berpót, del perché io abbia un lungo bastone di legno sottile inserito nel labbro inferiore. Io cerco di spiegare che ogni Zo’è lo possiede, fin da bambino, ho anche raccontato come avviene la perforazione con l’osso durante la cerimonia. Ma non riesco veramente a capire cosa vogliono sapere, i loro visi si corrugano e mi continuano a chiedere perché. Perché lo fate se è scomodo e fa male? Mi ha chiesto una donna che aveva i piedi all’interno di scarpe piccole e strette, che poggiavano terra attraverso un lungo e sottile bastoncino, costringendola a tenerli costantemente inclinati in avanti. Sembravamo molto scomode e dolorose. Gli uomini di questa città sono strani, molto spesso non riesco a comprenderli, credo che molti di essi non siano capaci di ascoltare le parole.

Le persone che ho incontrato hanno comportamenti che spesso non comprendo. Sembrano disprezzare molte cose che fanno. Forse per essi ‘odiare’ significa ‘amare’. Infatti molte persone sembrano odiare la loro vita, alcuni gridano e si arrabbiano. Ho visto un uomo in piedi all’incrocio di due strade gridare che la società in cui vive è sporca e corrotta, urlava il suo odio ai passanti. Il giorno dopo, però era ancora lì, allo stesso incrocio di strade. E anche il giorno dopo e quello dopo ancora. L’uomo ripeteva le stesse parole cariche di odio e dolore rivolto al cielo, perché gli uomini e le donne che passavano di lì non sembravano ascoltarlo.

Ho conosciuto una ragazza, ha la pelle color argilla, liscia come ambra e ha un profumo dolce come di manioca cotta. I suoi capelli sono neri come la notte e mi piace molto accarezzarli. Ha un sorriso bello, ma non ride molto. È una ragazza triste, dice parole che fanno sanguinare il cuore. Lei afferma di avere una malattia dentro, che le sta facendo appassire l’anima, io non so se sia vero, però penso che sia un peccato non vederla ridere, perché ha un sorriso veramente bello.

“Siamo figli di un mondo corrotto, siamo come fiamme leggere che bruciano e bruciano.
Ogni giorno, poco a poco, il cemento spegne il fuoco e soffoca la speranza.
Nella metro, al buio come vermi ciechi, passiamo veloci nel ventre di un mondo che rimane sconosciuto. La realtà non ci sfiora più.
Vecchie parole sepolte, escono con prepotenza.
Ma preferiamo quelle ricoperte di zuccheri e grassi idrogenati.
Ci abbuffiamo, fino a non sentire più i veri sapori. Fino a dimenticarli, restando con meri surrogati.
Ci stordiamo, fingendo soddisfazione e felicità, non ricordando più dov’è la verità.
Non ricordando più se dietro il vetro della finestra c’è veramente il cielo.
Corriamo ogni giorno, corriamo e corriamo, ma verso dove?
Non sappiamo più nemmeno verso dove corriamo, ci dimentichiamo dove ci troviamo, presi dalla fretta di raggiungere una nuova meta: perché non basta mai, sempre dobbiamo trovarne una nuova. E saltiamo e ci agitiamo, grilli epilettici, intossicati di caffeina, schiavi, di una vita che non ci appartiene.
Ci hanno insegnato ad ubbidire e non chiedere.
Ad accettare l’unica verità che ci viene proposta.
Nessuna domanda, nessuna obiezione…”
Dice questo quasi urlando, ma contro chi non riesco a comprenderlo. Contro il cielo e contro il sole. Poi scoppia a piangere.
Piangendo dice che non ne può più di questa vita che vuole lascare tutto e venire a vivere con me, con gli Zo’è, ne cuore della foresta amazzonica. Io le dico che va bene e le accarezzo i capelli.

Le spiego che Zo’è significa “Noi”, è solo una parola nata per distinguerci dagli uomini bianchi che incontrammo la prima volta, nel 1987. Non c’è bisogno di un nome che ti identifichi quando sai già chi sei. E noi lo sappiamo, siamo ‘noi’, siamo Zo’è.

Quella notte ballo con il fuoco, anche se un fuoco in quella città non c’è. Ma ballo lo stesso, alla luce delle poche stelle, sotto il cielo scuro e profondo.
Quella notte ballo con il fuoco, tenendola per mano.
Lei ride.
Quella notte ballo con il fuoco e so di essere vivo.
Ringrazio per questo.

Lei me lo ripete sempre, che verrà con me, che mi seguirò e abbandonerà questa città e questa vita che la uccide ogni giorno. Dice che mi ama, che vuole vivere con noi, come una Zo’è. Io sorrido.
Il giorno che riparto lei però rimane lì, piangendo, tra le macerie di quel mondo marcio, che tanto disprezza. Rimane lì in piedi, guardandomi allontanare tra le lacrime.

Osservo il campo di grano distendersi sotto i miei occhi.
È di un verde brillante, vivo. Non avevo mai visto il grano, ma mi piace molto.
La prima volta che lo vidi ero con lei.
‘Noi siamo come il grano, sorgiamo in primavera, luminosi e vivi’, le dissi.
Il sole le illuminava il volto, rendendolo irreale. E bellissimo ai miei occhi.
Non posso fare a meno di sorridere.
Mentre una brezza leggera distende gli steli verdi ripenso a lei e piango.
Mi manca molto.
Poi sento il vento sfiorarmi dolcemente il volto.
Asciuga le mie lacrime.
So di essere vivo e ringrazio per questo.

Vedo la luce del sole che illumina ogni cosa.
Ogni cosa è luce.

 

 

 

 

 

 

N.d.A.
Gli Zo’è sono un popolo che vive nel cuore della foresta amazzonica, in Brasile. Si tratta uno degli ultimi ad essere entrato in contatto con l’esterno. Sono un popolo prezioso, ma a rischio a causa delle malattie portate dai bianchi, verso cui non hanno ancora sviluppato una risposta immunitaria adeguata. Le informazioni contenute in questo testo sono reali, ma il racconto è di pura fantasia, non rappresenta in nessun modo l’intero popolo, le sue costruzioni culturali e credenze religiose. Ho solo immaginato la reazione di qualcuno che visita per la prima volta una delle ‘nostre’ città. Il famoso fotografo brasiliano Sebastião Salgado ha magnificamente ritratto gli Zo’è nella sua incredibile opera: “Genesis”: amazon.com/Genesis. Inoltre appaiono nel film documentario sulla vita di Salgado, “Il sale della terra”: youtube.com/TheSaltOfTheHeart/OfficialTrailer. Se volete saperne di più sugli Zo’è : http://www.survival.it; http://www.originalia.it.

(Pubblicato su BBU – Bologna Blog University)

 

Redenzione

Se ne stava accanto a lei abbracciandola stretto stretto.
Avrebbe voluto portarla lontano da lì, avrebbe voluto toccare le stelle insieme a lei. Avrebbe voluto amarla come non aveva amato nient’altro.
Era felice? Forse. Non poteva dirsi triste.
E questo lo spaventava, lo spaventava da morire.
Lui non aveva paura di nulla, aveva sconfitto la paura da tanto tempo, ne aveva fatto un arma, contro i suoi nemici. Aveva rischiato di morire milioni di volte, picchiava a mani nude criminali che andavano in giro armati fino ai denti. Lui era la paura stessa.
Ma quella notte ebbe paura, paura di perderla.

Si svegliò che era ancora notte fonda, si girò verso di lei e la vide dormire, con le lenzuola aggrovigliate intorno al corpo. Respirava piano, le palpebre socchiuse e i lunghi capelli scuri le ricadevano sul dolce viso.
Era bella. Fu preso dall’impulso di sfiorarle il voltò, ma si bloccò. Continuò a osservarla in silenzio, invece, e scese dal letto. Si avviò verso le grandi vetrate ad ammirare la notte scura che si dispiegava sulla città. La sua città. La città che aveva protetto per tanti anni.
Si passò una mano sulla cicatrice che gli attraversava il petto, uno delle più grandi, la più antica. Gli ritornò alla mente la sensazione delle mani di lei che gli accarezzavano le cicatrici, tutte, gliele baciava e diceva, Quante cicatrici… troppe, e lo stringeva forte al piccolo corpo caldo. Tornò ad osservarla mentre dormiva così silenziosamente, così in pace, così piccola, in confronto a lui, ma capace di una forza grandissima. Lo sapeva, lei aveva una forza incredibile, lui poteva uccidere un uomo a mani nude, certamente, ma non avrebbe mai avuto la forza che aveva lei. Lei aveva una luce dentro. Aveva la forza di non spezzarsi, di rimanere luminosa nonostante intorno a lei tutto fosse oscurità e tenebra.
Dormiva dolcemente, calma, gli fece tenerezza, ma anche un poco di invidia. Lui non dormiva così da quando era un bambino. Non poteva più ricordare quanto tempo fosse passato. Passava le notti insonni tentando di rendere la sua città un posto migliore, diventando un ombra tra le ombre, salvando innocenti, pestando a sangue bastardi. Tentando anche di redimere sé stesso, in qualche modo.
Sapeva che in quei pugni e in quella forza riversava l’oscurità che aveva dentro, era violento, era crudele, ma aveva una regola: non uccideva mai. Ma quante volte aveva sfiorato il rischio di spezzare quell’unica regola. Troppe. Come le cose che aveva visto, e il dolore che aveva vissuto. Troppo.
Le persone intorno a lui spesso morivano.
Quel maldetto pagliaccio aveva ucciso il suo migliore amico. Lì il dolore era stato immenso, la rabbia ribolliva, attendeva solo di essere buttata fuori. In quel momento aveva quasi lasciato perdere, non voleva diventare un mostro assetato di sangue. Voleva buttare la maschera. Ma alla fine era riuscito a prendere il pagliaccio e a sbatterlo in una cella profonda come l’inferno. E aveva continuato. Lui non era capace di fermarsi, pensava. Lui era diventato quella maschera che indossava la notte. Lui era l’ombra stessa.
Ma ora, ora era diverso.
Lei aveva una forza differente, una forza che non aveva mai incontrato in vita sua. Non era un forza che scaturiva dalla disperazione o dalla rabbia. Aveva una forza che nasceva dall’amore. E questa forza aveva rotto le sue difese, era penetrata dentro di lui inondandolo di luce. Non aveva più bisogno di espellere il buio dal suo cuore combattendo. Di rompere ossa, picchiare uomini e mostri.
Non aveva più bisogno di redenzione.
Lei era lo aveva già perdonato. La sua sola presenza lo faceva sentire in pace con sé stesso.
Gli bastava guardarla dormire, così, e sentirsi bene. Voleva solo i suoi baci e le sue carezze. Voleva sfiorarla il viso e sussurrarle parole dolci all’orecchio.
Con lei era felice. Veramente felice.
Non poteva permettersi di ripetere gli stessi errori, non avrebbe lasciato che qualcuno facesse del male a lei.

Tornò ad osservare il cielo scuro sopra la città. In quel momento qualcosa apparve tra le nubi, qualcosa di chiaro. Era una luce, un simbolo. Un pipistrello.
Si voltò di nuovo verso di lei.
La vide aprire lentamente gli occhi, stiracchiarsi. Gli sorrise dolcemente.
Nuda, sudata e fremente cercò l’abbraccio di lui.
Lui si voltò di nuovo verso le vetrate, guardò la luce, guardò il simbolo.
Poi tornò da lei, sotto le coperte, e la strinse forte a sé.

(pubblicato su BBU – Bologna Blog University)

Finalmente solo

Correvo per la strada vuota e senza respirare.
Era notte, notte fonda, oscura e appiccicosa.
Le stelle in cielo non brillavano più, niente brillava più, tutto era freddo e oscuro.
Ogni cosa era marcia e corrotta.
Allora correvo e correvo, correvo fino a sentirmi male, il fiato mi si spezzava e l’aria non mi entrava più nei polmoni. Correvo sulla strada vuota e nella notte oscura e fredda, che mi gelava il naso le mani e il viso si contorceva sotto una smorfia di dolore ancestrale.

Ogni uomo porta dentro di sé i segni di un passato oscuro e maledetto, i segni di una storia e i segni di una malattia. Tante parole per niente, tanti silenzi per nulla, tanto dolore da buttare. Alla fine ogni uomo arriva al punto che è la fine. La strada si svuota e cancella le sue tracce. I silenzi, si fanno pesanti e innominabili. Tu, uomo, comprati una nuova macchina e dimenticati dei tuoi peccati, ne dovrai rispondere solo alla fine. Esiste una fine? O è tutto un inizio che si mangia la coda e si contorce sotto le pieghe dei nostri abiti dei nostri animi.

L’uomo rideva, rideva di me forse? No, rideva della vita. Sedeva a terra sporco e infreddolito, vestito di stracci, i denti marci. Ma rideva, aveva capito che era tutto un’enorme barzelletta. Niente aveva senso. Ora si alza barcollando e si butta in mezzo alla strada. Le macchine inchiodano per non investirlo. Urlano insulti. Ma lui ride, non gli importa, se la ride ubriaco e sa che tutto è così. Senza senso.
Lo invidio.
Lo invidio perché io anche so che nulla ha senso e questa consapevolezza mi ha colpito come un mattone e mi fa affondare dolcemente. Silenzio, nell’acqua intorno a me. Solo le bolle d’aria che escono dai miei polmoni, la pressione dell’onda, il silenzio delle tenebre.

Corro finché non ho più fiato, la strada finisce, c’è solo un enorme vuoto, una voragine immensa si apre sotto i miei piedi, infinita e profonda, scura e interminabile. È l’infinito, lo guardo, lui guarda me, e non posso sottrarmi al suo sguardo. È uno sguardo maledetto, uno sguardo che ti entra nell’anima e te l’afferra e non te la lascia più. L’infinito ha uno sguardo con gli artigli, mi ferisce, sanguino, cado.

Cado e l’aria si fa più densa, perché? Forse posso toccarla? No, tutto è vago e trasparente, tutto si fa di nebbia, tutto si corrompe, tutto cade e si fa in pezzi.

Cado e recido le mie corde, che mi tenevano legato, le sego poco a poco, il coltello è freddo nelle mie mani, ne taglio una ad una lentamente, senza fretta.
Cado e spero di scomparire tra le tenebre della mia anima.
Silenzio. Si alza il sipario. Ed eccomi lì, tenue burattino nelle mani del fato. Ingiusto, giusto, caotico, insulso, capriccioso. Ma i fili stringono e il burattino vede il legno segnarsi, poi spezzarsi, il burattino cade e piange.

Cado nel vuoto cosmico, corro, affogo, l’acqua si fa sempre più vischiosa, si tinge di rosso. Sangue, sangue dappertutto, affogo nel ventre di mia madre, tornando indietro indietro indietro… Più indietro non c’è niente, solo il vuoto e il silenzio prima della vita, prima del primo battito del piccolo cuore in formazione.

Ma cos’è la vita? Questo spettacolo? Questa maledizione, la maledizione della consapevolezza. Continuo sulla mia strada, non è servito a nulla, le risposte non le ho, sono andato all’inferno e ne sono riuscito.
L’inferno è la consapevolezza della mancanza di senso, la punizione finale è quindi questa?

No.

La maledizione è quella che sai, quello che vuoi, nulla ha più senso, disse una volta una ragazza dai lunghi capelli neri, in sogno.
È lei, lo so, la morte, coi capelli scuri. Lunghi, fino a terra, un mare di capelli, che mi si infilano nella bocca nel naso e negli occhi. E mi soffocano.

Corro e corro, il fiato si spezza, mi fermo nella notte oscura.
Introno a me solo il rumore della strada in lontananza.
Sono solo finalmente.

Perché mi dici queste parole? E piange guardandomi.
Non lo so nemmeno io perché l’ho chiamata puttana, l’ho umiliata e le ho detto che mi fa schifo, che la odio e non mi piace. Ma l’ho fatto, il mio cuore è nero come le tenebre della notte.
E piange si arrabbia, mi insulta, si dispera e non capisce.
Non può capirlo.
Non può capire perché da un giorno all’altro le ho detto quelle cose, e perché mi sono svegliato e sono diventato un’altra persona, crudele e superba.
Non la riconosce, non è la stessa che amava. Ora la odia, mi odia da morire.
Le piange e mi urla. Io sono impassibile. Raccolgo i suoi insulti con soddisfazione.
Sono riuscito nel mio intento, questo è il prezzo d pagare. Povera piccola creatura, condannata a disperarsi e a non capire. Non può capire perché nessuno capisce mai veramente. Il mio cuore è fatto di tenebra e rifugge la luce, solo vuole riempirsi di quell’oscurità senza fine. Solo vuole rimanere solo.
Ora se ne va, ma prima torna indietro e mi dà un schiaffo. Forte. Tra le lacrime.
Io rimango impassibile. Me lo merito, è giusto così, ma non me ne importa nulla.
Sono riuscito nel mio intento.

Sono finalmente solo.

Ogni uomo nasce con un destino, il mio era quello di rimanere solo. Di allontanarmi da tutti, di ferire chi mi amava e costringerlo ad odiarmi. Nessuno poteva amarmi, nessuno.
Il nostro destino è scritto nella nostra anima, nella mia c’era la solitudine, la fuga e infine la morte. Scritto a chiare lettere, a caratteri cubitali, solitudine. La mia vera pace. Così mi distacco e recido i fili con tutti coloro a cui tengo veramente. Lei l’amavo, e non la potrò mai dimenticare, ma di me perderà il ricordo, che si disperderà come polvere nel vento, perché solo così potrò finalmente smettere di esistere. Finalmente essere libero. Rimanere solo.

Torno a casa, il gatto giallo mi aspetta sulla porta. Miagola quando mi vede, si avvicina per farsi accarezzare. Sono tornato solo per dargli da mangiare. Povera piccola creatura, bellissima, nella sua purezza.
Miagola e cerca i croccantini, gli riempio la ciotola. Poi mi siedo accanto a lui e lo osservò divorare avidamente il cibo, aveva parecchia fame. Poi finisce e viene da me per farsi coccolare un po’, rotola su un fianco, si fa grattare. Ma poi si alza e se ne va e torna alla sua vita.
Sono solo tornato a dare da mangiare al gatto, ora mi alzo anche io e lentamente lascio tutte le mie cose. Scrivo un biglietto di addio. Esco, chiudo la porta e non mi volto più.
Le tenebre mi ingoiano.
Sono finalmente solo.

Una storia del cazzo

Non si reggeva più, era tutta la sera che Superman rompeva il cazzo, e andiamo a vedere il mio film, daje per favore, ma nessuno ci voleva andare. Il film faceva schifo, lo sapevamo tutti, poi si scoprì che Snyder, il regista, viveva ormai da anni a casa di Superman come un barbone, ma niente, non ci andammo al cinema alla fine. Solo Batman ci è andato, è venuto anche a dircelo. E vabbè, non importava proprio a nessuno, proprio il cinema non ci piaceva, eravamo nati sordo-ciechi, tutti, a parte Mario. Mario era nato sordo-muto, a lui gli piaceva il cinema, quello senza audio soprattutto. “Ma che belle storie si raccontano da queste parti”, disse la scimmia scendendo dall’albero, poi divenne un ominide e poi tanti saluti, già aveva comprato una Rolls -Royce e si era accesa un sigaro. Intanto Batman non trovava Robin, lo aveva perso, diceva, quando sono uscito dalla bat-mobile deve essermi scivolato dalla tasca, esclamò con rabbia e stupore, ma non troppo. Robin intanto se la spassava, aveva scoperta la sessualità da poco e si era rinchiuso in una casa chiusa, che di fatto, era chiusa e non aperta, perciò non fece molta fatica a rinchiudercisi, solo entrò e chiuse la porta. Alcuni videro Batman aggirarsi da quelle parti con una scimmia, la scimmia guidava l’auto e Batman prendeva al volo le mutandine usate che piovevano dalle finestre del bordello. Ma la storia non era semplice, era, anzi, era piuttosto complessa, anzi, complessata, la psichiatra le aveva raccomandato delle pillole, ma la storia, no, manco per sogno si azzardava a prenderle. Diceva che la facevano ingrassare. Era complessata, appunto.
Così la storia, complessata e ingrassata, seguiva il suo corso che, casualmente, ero lo stesso del fiume Nilo, che in tempi non troppo recenti, fu il fiume che attraversò una donna di nome Cleopanda, cugina di secondo grado della moglie del fratello dello zio del nonno del vicino di casa del panettiere di Giulio Cesare. Costui, il panettiere di Giulio Cesare, si chiamava Patrizio, ma era plebeo e faceva il pane per Giulio Cesare tutte le mattine finché un giorno smise, e fuggì con la damigella di Cesare Giulio, detto Giulietto, in amicizia. La damigella era così bella, così bella, così bella che i genitori l’avevano chiamata Sella, perché Bella come nome non esisteva ancora. Patrizio e Sella attraversarono le Alpi, non uno sopra l’altra, ma bensì camminando affiancati, e incontrarono Scipione l’Africano, che si era perso, e non sapeva dove andare, infatti non erano in Africa, erano sulle Alpi. A Scipione era venuto il sospetto, vedendo tutta quella neve, di trovarsi in un altro luogo, ma niente, pensava di essere sul Kilimangiaro. Kili-mangiaro o Kili, Mangiavo? Chiese con arguta curiosità il carrettiere che passava di là, sulle Alpi, che si era anch’esso perso, tant’è che non trovava più il suo carretto, e andava a dorso di mulo. Sì, chi li mangiavo? Chiese anche il mulo, che però era un po’ duro di orecchi, non sentiva bene, per dirla in parole povere. Anzi, diversamente abbienti. Un po’ come era Babbo Natale in vacanza ai caraibi, senza un soldo, stempiato e abbacchiato. Ad andarci, nei caraibi, aveva insistito la renna Giofulda, con cui ormai da alcuni anni Babbo Natale aveva una relazione stabile, pensavano anche ad avere figli. Sta di fatto però, che giunti ai siffatti caraibi, Babbo Natale, aprendo la camera di albergo, trovò la renna a letto con un avvenente stallone. Nulla valsero le parole di scusa, Babbo Natale avrebbe voluto mettere da parte la sua bontà e commettere un equinocidio. Ma la bontà era proprio in mezzo la stanza e non lo faceva passare, nonostante le proteste dell’anziano signore.
Riprendiamo le redini della nostra storia, che oltre essere complessata, ingrassata, si è pure imbizzarrita, per cui, con stoica fermezza, ma non troppa, la riportiamo alla stalla, dove si era messa dormire anche Sella, per pura casualità.

Il figlio prediletto

Dottore, non so più cosa fare.
La notte sempre mi sveglio di soprassalto, stringo forte le coperte e cerco di dimenticare di essere al mondo. Sogno di andarmene, volare via per sempre, ma la mattina alla fine sono sempre qui.
Credo che tutto sia incominciato per una ragione precisa, ma vede dottore, in fondo me lo sono sempre sentito.
Sembrava che avessi un attrazione fatale per la morte e per ogni cosa che ne richiamasse l’idea. Subivo su di essa come un fascino irresistibile. Mi fermavo a contemplare da ogni terrazzo o finestra l’enorme vuoto che si apriva. Immaginavo di volare giù per quell’altezza e mi sforzavo di figurare quali pensieri mi sarebbero passati per la mente. Quale terrore primario avrei provato.
Il pensiero che più mi spaventava e affascinava allo stesso tempo era quello che avrei potuto cambiare idea nel momento di aver fatto il passo definitivo, quello da cui non si poteva più tornare indietro.
Lanciarsi nel vuoto e subito dopo pentirsi di averlo fatto.
Cadere con il terrore atavico e la mostruosa consapevolezza di morire.
Tutto ciò era come un segnale, pensavo.
Un segnale della mia poca sanità mentale.
Avevo ragione, erano segnali, ma di altro probabilmente. Sono sicuro che tutto ciò ebbe a che fare con la situazione in cui mi ritrovo ora.

Dottore, non saprei bene che rispondere, c’è questo pensiero che non mi si toglie dalla testa.
Ecco, poi c’era quel sogno… Un sogno ricorrente da quando ero piccolo… Sì, ripensandoci adesso è così chiaro. Ma per molti anni rimase per me un mistero.
Insomma è un sogno che ho da quando avevo cinque anni, e nel sogno anche ora ho sempre quell’età. Mi trovo in questa città, non ricordo quale, ma sono da solo, sono perso e cammino nei vicoli chiamando i miei genitori. Ed ecco che dal fondo di un vicolo compare una signora. Io gli corro incontro. Non so perché lo faccio, non è mia madre, lo so. Ma sento che devo andare da lei, che mi aiuterà a uscire da quel labirinto di città. Ecco, la signora si volta, e non riesco a mettere a fuoco i suoi contorni. Però ha de capelli lunghi neri, lucenti, non è una signora, è giovane, credo che possa avere la mia età di ora, forse qualche anno in più.
Quindi una ragazza…
Sì esatto un ragazza, dai lunghi capelli neri, e mi dice “Figlio mio prediletto… Vieni con me…” e mi prende per mano e continuiamo a camminare lungo il vicolo. Poi di solito mi sveglio a questo punto.
Ma sa qual è la cosa strana dottore? Che anche lei, la ragazza, è sorpresa di vedermi, come se fossi davvero suo figlio perso da tempo. Ma non è mia madre capisce? Il me bambino del sogno lo sa, ma ugualmente si fida e si fa portare via.

Poi accadde. Venne quel giorno. Quell’episodio.
Ricordo tutto come fosse ieri, tutto, mi è rimasto stampato in testa.
Successe in un momento qualsiasi, veramente, era assurdo la quotidianità di tutti gli elementi.
Era un sera che non avevo voglia di uscire, volevo vedermi con la mia ragazza ma mi aveva dato buca per uscire con le amiche. Ero un po’ nervoso.
Ma accettai l’invito di Daniele e andammo in quel bar, dove c’erano dei tipi che suonavano.
Suonava bene, era pieno di gente, ma il posto faceva schifo.
Fu mentre sgomitavo per andare a prendere una birra che la vidi. Mi pietrificai.
Lei, la ragazza del sogno.
Subito fu inghiottita dalla calca. Rapido scattai a inseguirla, sordo alle urla di Daniele.
Eccola.
La ragazza dai lunghi capelli neri. Di spalle. Come nel sogno.
Mi avvicino e le tocco la spalla, pieno di eccitazione.
Finalmente potrò vedere il suo volto, che mai riesco a mettere a fuoco.
Ed ecco, lì, accadde una cosa incredibile.

La polizia venne immediatamente. Ora il locale era deserto, tutti erano scomparsi.
Un poliziotto giovane con sguardo poco intelligente interroga Daniele.
– Non lo so cosa è realmente successo signor agente, non so se credere ai miei stessi occhi.
– Mi dica semplicemente cosa ha visto.
– Ecco… Il mio amico, l’ho visto allontanarsi tra la folla, l’ho perso di vista, quindi sono andato al bancone a prendere una birra. Improvvisamente, però, tutte le persone iniziarono a gridare allarmate e a fuggire. Io mi voltai e nella marea di corpi che si spintonavano, vidi il mio amico cadere in ginocchio, le mani strette al petto.
– Ed ha visto questa ragazza dai capelli scuri che…
– Guardi signor agente io non so che dirle, io potrei anche aver visto una ragazza dai capelli scuri lì in mezzo a quella calca che correva ma no, accanto al mio amico non vidi nessuna ragazza dai capelli scuri. Non vidi nessuno. Assolutamente nessuno accanto a lui. Tutti correvano come pazzi. Lo vidi lentamente inginocchiarsi e poi cadere in terra. Mentre la gente scappava e gridava.
– Cosa gridavano le persone?
– Gridavano… Agente non so più cosa credere… Gridavano: “sangue! C’è sangue dappertutto! È pazzo!”. Gridavano che si era pugnalato da solo signor agente. Da solo. Che si era infilato un cazzo di coltello tra le costole.
E quest’ultima frase Daniele la disse piangendo.

Non potrò mi dimenticare quel momento, dottore. Non mi importa cosa dicono gli altri, io l’ho vista. Ho visto la ragazza dai capelli neri. Si voltò e mi infilò un coltello tra le costole, all’altezza del cuore. Me lo infilò proprio nel cuore. Così rapidamente che non potei fare nulla.
Ma me lo ricordo come fosse ieri, il suo viso. Ho visto il suo viso. Aveva grandi occhi verdi. Verdi smeraldo. Qualche lentiggine e una piccola bocca graziosa.
Mi pugnalò il cuore. La guardai stupefatto e lei di rimando, inclinò leggermente la testa e mi sorrise dolcemente.
Poi caddi in ginocchio a terra e intorno a me la gente gridava e correva. Ma prima di svenire sentii qualcuno che mi sfiorava dolcemente la guancia e mi sussurrava: Scusa, figlio mio prediletto.

Ci ho messo un po’ a capirlo, dottore. Ma alla fine ci sono arrivato, ora tutto è così chiaro, tutto…
La ragazza era lei, la Morte. La Morte è mia madre, in qualche modo.
Sono il suo figlio prediletto.
…Dottore? È ancora lì, dottore?

(pubblicato su BBU – Bologna Blog University)

Chiedimi

Chiedimi,
Domandami,
E ti spiegherò.
Ti racconterò che sono stanco.
Molto stanco.
Che non sono libero. Che non lo sono mai stato.

Avvicinati,
Parlami,
E ti racconterò la mia storia.
La storia di un uomo che decise di diventare invisibile.
Solo un’ombra nell’oscurità.
Solo un’ombra tra le ombre. Che si muove lenta. Che si trascina, alle volte.
Preguntami, amico.
E ti racconterò la storia di una città, Lisbona.
Ti annoierò e ti stuferò.
Ti parlerò della bellezza e della felicità.
Ti parlerò di libertà, di amicizie vere, di esperienze che lasciano un segno.

Non avvicinarti, ti prego.
Sono stanco e stufo di sentire il suono della tua voce.
Di sentirti decantare le lodi di un passato che c’è stato e ora non c’è più.
Sono stufo di sentire la tua storia in quella città.
Di sentire del tuo amore, a cui non puoi nemmeno pensare.
Perché ti fa troppo male accettare. Puoi solo anestetizzare.
E anestetizzi fino a dimenticarti chi sei.

Sono stanco e stufo di sentire parlare e parlare e nessuno qui capire.
In molti sanno che non sanno. Che non sanno chi sono e dove vanno.
Quale strada si perde e poi si ritrova?
Quella strada che ci scegliamo?
Dio, sento un male al petto che mi scava dentro, fino al midollo. Fino al cuore.

Lo sento che non puoi più respirare.
Puoi solo pazientare.
Pazientare, e in silenzio rimpicciolirti fino a scomparire.

Chi sei?
La notte mi visita un uomo incappucciato ma io non so chi sia.
La notte viene un uomo incappucciato, viene alla mia casa.
Bussa forte ma io non gli apro, perché so che è la morte.

Ti sbagli uomo, la morte ha il volto di un ragazza. Una dolce ragazza che ti accarezza i capelli, e ti sussurra Vieni con me.
E tu vai con lei. Nessuno sa resisterle.
Dice l’uomo incappucciato.

Allora gli apro e lui si fa avanti nella luce.
Sotto il cappuccio intravedo il mio volto.
Ma non posso vederlo, posso solo sentirlo.
Perché non so quale sia il vero volto di me stesso.

Non mi sento morire, mi sento solo dolcemente soffocare.
Non mi sento arrabbiato né disperato.
Mi sento esausto.
Chi si può fare felice a questo mondo?
Io, gli altri?

Io, solo, nella corsa verso l’infinito.
Ma l’infinito mi acceca.
Allora cerco la tua mano, cerco il tuo sguardo, il tuo profumo.
Cerco tutto di te, ma non lo trovo.
Perché fa troppo male ricordare.
E l’infinito mi soffoca
Mi soffoca con un cuscino.

Mentre dormo.
Silenzioso.
Dio, so che mi osservi, e dimmi, le mie azioni sono forse giuste?
Sono tuo figlio?
Giudicami, e rendimi libero.
Per sempre.

E non trovo niente di te, perché sei lontana mille miglia e mille anni.
E si può solo fingere che non faccia male perché in realtà fa malissimo, e lo fa ogni giorno e ogni minuto e ogni secondo e fa male da morire.
E male fino alla fine.

Nel silenzio controllato di quei respiri.
Rifletto.
E divento trasparente. Poco a poco. Fino a scomparire.

Fino a scomparire per sempre.